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Ma i latini
ballano come noi?

di Enzo Conte

 
Alle volte capita di sentire alcune persone lamentarsi del fatto che si trovano a disagio a ballare con i latino-americani.

"Ma cosa ho imparato a scuola?",
"Loro non ballano come noi!",
"Noi facciamo tanti giri, loro no!",
"Loro ballano con sabor perché sentono la musica, noi facciamo ginnastica!"

Sono frasi queste che si sentono molto spesso in giro e che andrebbero analizzate un po' fuori dai soliti stereotipi. Il problema innanzi tutto nasce dal nostro bisogno di conformismo, dal nostro volere a tutti i costi delle risposte. Risposte certe che ci aiutano a descrivere la realtà, dandocene una visuale uniforme. Come più volte ho ripetuto in passato: "Per noi occidentali, così razionali, così desiderosi di certezze e di verità assolute, alle volte risulta molto difficile prendere in considerazione la variante spazio-temporale della salsa. Ovvero la salsa si è modificata o meglio evoluta non solo attraverso gli anni ma anche in base alla sua collocazione geografica. A molti piacerebbe che la salsa fosse una espressione definita con una sua precisa identità, una cosa rimasta immutata nel tempo, che fosse universalmente riconosciuta. L'intrinseca libertà della salsa se da una parte ci affascina, dall'altra ci spiazza. Ci regala un senso di smarrimento, se non addirittura di irritazione, ma più proseguiremo nel nostro cammino e più ci renderemo conto di come la salsa sia l'espressione danzante di realtà sociali assai complesse e variegate."

La cosa che sembra davvero difficile per molti è quella di accettare che non ci sia un modo ma diversi modi di interpretare una musica che già dal nome, salsa, ci dà l'idea che non sia composta di un solo ingrediente ma che sia l'insieme di tanti ingredienti.

Più volte ho cercato di descrivere come anche nei luoghi di origine ci sia una grossa differenziazione a seconda se parliamo di salsa de la calle, salsa de salon o salsa show. Eppure nonostante questa mia accuratezza nello spiegare queste differenze, noto che per molte persone resta davvero difficile riuscire ad accettare il fatto che esista una realtà così complessa. C'è in noi innata questa esigenza, questo bisogno di classificare. E una volta che classifichiamo non accettiamo strappi alla norma.

I termini invece debbono sempre considerarsi "generici" spesso vogliono sintetizzare in una parola realtà che sono al contrario estremamente complesse. Molti ad esempio tuonano contro l'utilizzo della parola "salsa portoricana", sostenendo che a Puerto Rico non si balla quella che noi oggi chiamiamo salsa portoricana. Chi è stato a Puerto Rico sa benissimo che se si usa la chiave della semplicità si balla con tutti, se si usa un linguaggio colto o articolato ci si intenderà solo quelli che utilizzano quel linguaggio. Un conto però è ciò che fa la massa a Puerto Rico, un conto è ciò che fa una ristretta élite di ballerini bravi, che sono poi quelli che rappresentano l'isola all'estero, nelle tournée, nei festival, nei Congressi. Noi spesso identifichiamo la salsa portoricana con questi personaggi ma non succede così anche nello sport? Prendiamo, ad esempio, il calcio. Si parla tanto di "scuola italiana", ma quando ci riferiamo ad essa pensiamo ai campioni del passato come Riva, Rivera, Mazzola o ai Baggio e ai Del Piero dei giorni nostri, oppure ai tanti scapoli ed ammogliati che affollano i nostri campi di calcio?

D'altra parte perché insistiamo nel credere che i latini sono tutti uguali? Niente di più sbagliato!!! Critichiamo il fatto che noi italiani facciamo tante figure. Ma queste figure ce le siamo inventate noi? No! Ce le hanno insegnate i nostri maestri latino-americani. Eddie Torres non è italiano, né tanto meno un giapponese che vive a New York. E' un portoricano che vive nella Grande Mela e lui di figure ne ha inventate veramente tante. Eppure è un latino! Ed i fratelli Vasquez non sono latini? E i cubani che hanno imposto il loro funambolico stile qui in Italia non sono anche loro latini? Il problema è che la salsa è un ballo che ha sì una forma aperta, ma che ha essenzialmente due forme di espressione molto tipiche: una semplice (popolare) ed un'altra articolata (più d'elite).

Nessuno ci impone di ballare in un modo o in un altro.

Molto si parla del New York Style e molti sono convinti che a New York tutti ballano in quel modo, poi però vai al Copacabana e scopri che al contrario la gente balla in maniera estremamente semplice e spontanea. Ti sposti però di qualche chilometro, vai in un "social" organizzato alla scuola di Jimmy Anthon e lì ti sembra di essere ad una gara di ballo, dove il più sfigato fa quattro piroette. Eppure latini sono quelli che vanno al Copacabana e latini sono quelli che vanno al "social" di Jimmy Anthon. Lo stesso fenomeno succede a Puerto Rico, persino a Cuba dove è possibile trovare realtà diversissime tra di loro. Ed allora non sarebbe meglio accettare l'idea che esistono diverse forme di ballare? Sarà poi a noi scegliere quella più congeniale al nostro carattere, alla nostra personalità. Sarà a noi scegliere se ballare con erotismo o con sabor, se strusciarsi tutto il tempo o se fare le capriole (spazio permettendo) Sarà una questione di gusto di sensibilità, a volte anche di crescita umana.

Alla fine, qualcuno salomonicamente dirà "l'importante è divertirsi!" Ma, a dire il vero, sembra che questa frase l'abbia detta per primo Nerone mentre suonava la sua lira assistendo compiaciuto all'incendio di Roma.


Enzo Conte

Luglio 2005



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