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Questo è quanto ci racconta - a dire il vero un po' laconicamente - Helio Orovio nel suo Diccionario;
ciò che non emerge in maniera esplicita dalla sua analisi è invece l'importanza di questo genere
di musica rurale in qualità di vero e proprio progenitore (stando ad altre fonti) del son stesso.
Par bene, infatti, che il changüí sia comparso nella parte orientale di Cuba alla fine del XVIII secolo,
con l'arrivo, dalla vicina Haiti, dei coloni e degli schiavi di matrice francese,
espulsi da quell'isola in seguito alla rivoluzione capitanata dal famoso Toussaint Louvertoure.
E nella "Tumba francesa" di Guantánamo, fiorita a partire dalla metà dell'Ottocento, il changüí è già presente.
Ma tralasciando il problema annoso della genesi del son dal changüí o viceversa -
questione che sembra fatta apposta per soddisfare l'amor di diatriba degli specialisti -
vediamo che altro c'è d'interessante.
Come già accennato, si tratta di un genere musicale prettamente campesino: il changüí nasce nei municipi di Yateras,
di El Salvador e altre località della fascia montuosa "del caffé" nelle campagne d'Oriente,
per poi metter radici nella Loma del Chivo (il 'colle del capretto'), che a dispetto del nome non è un'isolata
collina bensì un barrio della città di Guantánamo ubicato appunto su una parte di territorio in rilievo.
Una delle recenti, bellissime canzoni di Elito Revé y su Charangón (contenuta nell'album "Changüí homenaje")
s'intitola proprio Changüí a la loma del Chivo.
Nella sua accezione accademica, la parola "changüí" potrebbe derivare verosimilmente
- secondo il grande studioso di musica e antropologia Fernando Ortiz -
tanto da una voce gitana che significa "inganno" quanto dal verbo congo "sanga",
che oltre che 'ballare in sfrenata allegria' denota anche il 'trionfare', e di fatto il changüí altro
non sarebbe che mostra di allegria e divertimento, essendo stato il vocabolo introdotto (così sostiene Ortiz)
dagli schiavi di provenienza bantú nei loro momenti di gioco alle prese con i bambini bianchi dei loro padroni.
Gli strumenti di cui si faceva uso nelle prime storiche fasi che vedevano comparire questa nuova musica
erano un tres (la chitarra a sei corde - suddivise a due a due su tre tonalità di base),
un guayo (sorta di grattugia metallica simile al güiro, che si suona sfregandola con una bacchetta) e un paio di bongós.
Successivamente si aggiungono le maracas e la botijuela (recipiente a forma d'anfora che viene 'soffiato'),
quest'ultima poi soppiantata, ai tempi attuali, dall'impiego della marímbula
(strumento di legno provvisto di lamelle metalliche, che vibrano via via che la cassa viene percossa)
ed eventualmente, in aggiunta, il contrabbasso.
Parlando degli interpreti di questo genere, occorre distinguere tra due filoni che, sebbene sviluppati in parallelo,
differiscono sensibilmente per l'entità dell'insieme strumentale dedicato all'esecuzione.
Il primo filone è quello dei conjuntos limitati nel numero dei componenti
- che dunque continuano a mantenersi aderenti all'impronta di festa rurale d'origine, combos la cui dimensione naturale
è quella da Casa de la Trova e niente più, insomma. Fra questi un'autentica, ormai, istituzione nazionale:
il Grupo Changüí de Guantánamo, fondato nel 1945.
La seconda direzione per contro è caratterizzata da uno sviluppo orchestrale notevolissimo,
se paragonato alla natura scarna e sobria della forma originaria, in questo rappresentato principalmente
dalla grande Orquesta (in cui militò inizialmente anche Juan Formell) fondata nel 1956 da un glorioso guantanamero: Elio Revé Matos.
Elio perì nel '97 in un incidente - e oggidì sia il figlio Elito (col suo "Charangón") sia il fratello Oderquis
stanno riprendendo l'antica tradizione changuisera per impiantarvi ulteriori contaminazioni e modernizzazioni.
L'importanza di Elio Revé - nell'intero panorama artistico cubano - è d'eccezione.
Nei decenni con la sua formazione ha prodotto musica formidabile, coniugando col son, il cha-cha-chá e
altri generi tradizionali l'essenza del changüí, la cui materia musicale prende talora - sotto le sue sapienti mani -
le forme del changüí-son.
Fra i suoi meriti c'è quello di aver esteso a livello orchestrale le principali forme che, in rigorosa successione,
caratterizzano i canti e i toques rurali di partenza: la llamada del montuno, l'esecuzione collettiva, la descarga
changuisera e il clímax de despedida per l'addio finale.
E le innovazioni che apportò in sede prettamente esecutiva sono molteplici: trasferì alla paila de changüí
(sostanzialmente dei timbales) le parti ritmiche tipiche della Tumba Francesa o affidate in precedenza
al bongó de monte; inventò un uso specifico del rullato (redoble) sul timbal, che andava a sostituire il consueto baqueteo,
e diede l'avvio all'uso dell'abanico che oggi è universalmente adottato nella salsa e nella timba come vero e proprio "segnale",
eseguito dal batterista o dal timbalero, per l'entrata degli altri strumenti in 'tutti'; realizzò la fusione del changüí
col complesso della rumba; e in generale riformò la composizione della charanga con l'introduzione di tres
(che raddoppia nel suo fraseggio la melodia intonata dalla voce del cantante),
talvolta la chitarra elettrica, campana e due tromboni. Da qui il termine charangón, col quale passa alla storia la sua orchestra.
Le incisioni con Elio Revé alla direzione della grande orchestra non si contano e coprono un periodo
temporale vastissimo: un buon approccio per chi volesse cominciare ad avvicinarsi è a mio parere
la bella raccolta intitolata "Tributo al maestro".
Di Elito consiglierei ugualmente i primi due dischi: "Changüí a la casa de Nora" e "Changüí homenaje - 45 años",
ma anche il recentissimo "Se sigue comentando", album un po' diseguale nella qualità e con...
poco changüí, ma in compenso arricchito da alcune irresistibili cavalcate nel terreno di una timba infuocata e coloratissima
(Déjala que siga, Mi vecina e la splendida Dale agua al dominó).
Altro grande compositore d'epoca era Pedro Speck, per non parlare di Nené Manfugás, col quale si risale addirittura all'Ottocento...
Di Pedro Speck i Van Van "rubarono" all'inizio degli anni '70 uno dei brani che costituì poi uno tra i loro primi successi:
Pastorita tiene guararey, compreso nel loro terzo long-playing ed esguito in concerto ancora in tempi recenti.
Ma altri changüí appartengono al repertorio della band di Formell, nella sua fase all'epoca acerba e in qualche misura
ancora influenzata dai trascorsi con Revé, come Yuya Martínez e La campana del amor inclusi in quel capolavoro
dall'irresistibile fascino naïf che è il loro primissimo album.
Changüí è festa, è cumbancha, è naturalmente la gioia che sola vien fuori dalle riunioni estemporanee ove il pizzicato
di un tres prende a vibrare nell'aria, e irresistibilmente dietro a quelle note fluiscono per fondersi subito dopo la musica,
il rum, le danze - e il sapore acre e piccante dell'ajiaco.
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