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Bolle d'amore, pioggia di caffè...
il concerto di Juan Luis Guerra del 16.07.2005

di Ferruccio Paoletti

 
E' pelle d'oca fin dal primissimo istante.

Nell'oscurità, coi musicisti già schierati, il megaschermo dietro il palco proietta immagini da brivido - un volo a planare sulle foreste pluviali di Quisqueya. E' l'isola che il tristo conquistador avrebbe poi battezzato, fra uno sterminio e l'altro, "La Hispaniola", oggi occupata nel suo versante orientale dalla Repubblica Dominicana. E' un balzo indietro nei secoli, in una frazione di secondo: forse che ad ascoltare qui, tutt'intorno, ci sono ancora le tribù del popolo Taíno? Ma non c'è tempo per le risposte: la voce di Juan Luis Guerra mi sorprende ed emerge dal tappeto vellutato dei synth, a intonare nel tripudio della folla impazzita le prime note di A pedir su mano, il «più bel merengue che sia mai stato concepito». Un engagement africano, gioco leggiadro di corteggiamento e profferte, coi riti propiziatori (e una buona dose d'ironia) formulati dalla promessa sposa - nel refrain più contagioso che la storia musicale di Santo Domingo ci abbia offerto:

« ... Viene a pedir mi mano, viene,
vamos a sonar unos palos
pa' que me quiera por siempre»

Immerso in un sol colpo nell'aura di festa e magia dell'orgia di popolo, l'areíto, con quel brivido che non se ne andrà più via. Due ore da sogno fra merengues tesi come fili metallici e ballate d'intimità profonda e pacata meditazione, bachatas calde e rosa - fra labbra impegnate a raccontare, labbra indulgenti nel baciare, labbra che si schiudono senza fretta.

Juan Luis Guerra

Uno dei concerti, nella mia piccola esperienza, che ricorderò con più forza per le sue vibrazioni. E con divertito stupore: le sequenze serrate di merengue fluiscono pazze e leggere come rivoli di adrenalina, marchiano la pelle e scompaiono nel nulla. Ma il valore di questa opera - summa di un'epocale tradizione dominicana interamente assimilata e rivisitata - è fondato, possente, memorabile. La sua forza risiede nella musica, partorita tra faville di genio da un compositore fra i più ispirati, e negli arrangiamenti e l'esecuzione scoppiettante della collaudatissima orchestra di venti elementi. Ma sta anche nella poetica intrigante e obliqua ideata dal suo autore, capace come nessun altro di vestire il ritmo e l'armonia ridenti del merengue di abiti a tratti imbarazzanti, stonati se non addirittura repellenti. Come in Visa para un sueño e El costo de la vida (leggendaria canzone di protesta, ieri acclamatissima) che raccontano di disoccupazione, di recessione economica atroce, eppure grazie al talento visionario espresso nei testi riescono a muovere a un sorriso bonario anche in questa loro filosofia amaramente realistica, improntata al (non-)lieto fine. Fatalismo tutto latino, quello che confonde la rassegnazione con un disincanto quasi divertito:

« ... A nadie le importa (eé, ya vé pué' no hablamo' inglé'),
ni a la "Mitsubichi" ni a la Chevrolé'»

Non importa a nessuno della crisi economica, tanto meno ai giganti industriali stranieri che impiantano i tentacoli col solo intento sfruttatore. Dominicana come un buco nero abitato da una razza irrequieta, in eterna agitazione anche a distanza di cinque secoli, ormai lontani dai primi conquistadores:

« ... Somos un agujero
en medio del mar y el cielo
quinientos años después.
Una raza encendida,
negra, blanca y caína,
pero quién descubrió a quién»

Juan Luis Guerra

Sfilano i primi due, tre merengues. Quando l'orchestra si placa Guerra trova appoggio sullo sgabello, e una chitarra da imbracciare. Il poeta indossa allora le georgiche vesti stemperando la frenesia con ritmi più dolci, inventando fra le dita gli accordi che ci hanno ammaliato mille volte. Li attinge da memorie remote per elargirli qui e ora, a una generazione d'innamorati che lo ascolta a bocca aperta.

«Dile que la quiero y que la extraño»,

Sussurra fra cuori spezzati nel candore di Palomita blanca, e un attimo dopo ci inonda di piacere incollando in azzardato medley la bachata definitiva. Gli arpeggi di cristallo, le armonie sognanti, il simbolismo un po' à la Magritte delle sue romantiche immagini intimamente fuso con la 'ballata interiore' di García Lorca: è Frío frío - e in un istante di vertigine penso a quanto tutto questo sia differente, opposto rispetto a ciò che oggi significa - e suscita in noi - il nome bachata:

«Tu amor está completamente tierno,
forjado de recuerdos,
y sin saber es cielo en la ventana
que me abre la mañana.
Tu amor me parte en dos el occidente,
me clava de repente
y me convierte en masa que se amolda
a una ilusión ardiente.
Dime si mastico el verde menta de tu voz
o le pego un parcho al alma,
átame al pulgar derecho de tu corazón
y dime como está mi amor en tu amor.
Frío, frío como el agua del río
o caliente como agua de la fuente,
tibio, tibio como un beso que calla
y se enciende si es que acaso le quieres...»

Durante il concerto c'è abbondante spazio per presentare anche la produzione recente - quella che tanto ha fatto discutere in quanto simbolo dell'avvenuta conversione di Guerra alla Chiesa Cristiana Evangelica. Ma al di là della validità o meno di un simile concept - che nell'ottica dell'artista rappresenta pur sempre un notevole osare personale - è in questo caso l'ispirazione musicale quella che non morde a dovere. Personalmente non mi disturba affatto percepire in maniera così tangibile il fatto che in canzoni come Pará ti Guerra si stia spacciando per il nuovo apostolo del ventunesimo secolo (un altro dei nuovi brani presentati ieri, Mi padre me ama, è accompagnato dalle immagini del megaschermo che, in sottofondo, recitano i versetti dal Vangelo secondo Juan, Giovanni); nutro invece molti dubbi sui risultati prettamente musicali, allorché le melodie e i refrain rimangono sospesi, poco incisivi e incerti nelle direzioni da prendere: ci vorrà tempo per sedimentarne la bontà compositiva, nel frattempo - e su questo non credo ci siano dubbi - il contrasto con le canzoni degli album precedenti offre un effetto stridente, che alla fine ci lascia a vagheggiare un po' malinconicamente la bellezza di quei capolavori, nemmeno poi tanto antichi. Quando è la volta di Ojalá que llueva café il boato del pubblico è assordante. E la Woman del Callao, coi suoi profumi di calypso, riesce a tirar fuori in un sol colpo tutto l'entusiasmo del popolo venezuelano, convenuto in gran numero. Quei brani si riconoscevano per il marchio talentuoso che li segna fin dalle prime noticine d'introduzione. Anthem insuperati, dai colori irripetibili. Come Rosalía - il merengue che viaggia su... giro di son (I-VIIb-IV-V): questa canzone esplode come un'autentica supernova irrompendo maestosa subito a ruota di Las avispas, ed ecco che il nuovo singolo - pur decente - d'improvviso impallidisce quasi non si trattasse che di una flebile copia malamente ispirata ai fasti passati.

Juan Luis Guerra

Un intermezzo verrà pure dedicato alla salsa - in particolare il collage fra Razones e l'irresistibile Carta de amor - piccola concessione a dire il vero. Urge infatti l'impulso a riprendere immediatamente con lo spettacolo fantasmagorico di suoni e balli (a tratti i coristi, e in una circostanza lo stesso Juan, si sono esibiti in diversi passi di danza), quell'areíto che porterà, verso il finale, a un'estesa sezione d'improvvisazioni dedicate ai singoli strumentisti, i "Cuatro Cuarenta". Il nome 440 sta a rappresentare la frequenza (in Hertz) della nota di la naturale: una garanzia di sviluppata perizia musicale, insomma, e simbolo della grande armonia che fa vibrare questo insieme come un diapason. C'era in effetti una grande orchestra, ieri, a deliziarci: sei ottoni di rara incisività (due trombe, due tromboni e due sax tenori), basso, chitarra, due tastiere, tre coristi in aggiunta a Guerra, e ben sei percussionisti distribuiti fra batteria, congas, timbales e altri parches, la tipica güira del merengue (sorta di grossa grattugia metallica a forma di cilindro cavo - un tempo gli aborigeni ricavavano tale strumento dal frutto di un albero chiamato higuera), cencerro, e naturalmente, suonata da seduti tenendola sulle ginocchia, la tambora dominicana. Questo è uno strumento dal suono assai caratteristico, in origine era costituito da un piccolo barile da rum con le due facce opposte rivestite l'una di pelle di capro adulto, l'altra di pelle più tenera di capretta: la prima pelle viene percossa con la mano sinistra, la seconda con una bacchetta che ne ricava un suono particolarmente brillante oltre a colpire di tanto in tanto, a mo' di cascara, anche la superficie laterale di legno. La tambora, nell'occasione, era suonata da un vero e proprio virtuoso dello strumento che ne ha estratto a un certo punto un lungo e toccante momento a solo: una sequenze di svise fra le più inusitate, che ha portato alla fine al coinvolgimento all'unisono da parte del pubblico.

E poi ancora struggente bachata, con Como abeja al panal, Bachata rosa (a chiudere il concerto nella sezione dei bis), e nel cuore dell'intero happening la più meravigliosa canzone d'amore che avremmo potuto desiderare, cantata a squarciagola dal mare di spettatori presenti: Burbujas de amor. Ma dopo le "bolle d'amore", non ancora sazio di brividi e commozione, Guerra chiede il buio intorno a sé. Un solo occhio di bue bagna allora il suo viso e la chitarra, sipario che s'apre su un nucleo profondo di intimità, con gli arpeggi, il canto e niente più - per la celebrazione di un Amore. Cuando te beso:

«Cuando te beso
todo un océano me corre por las venas,
nacen flores en mi cuerpo cual jardín
y me abonas y me podas, soy feliz.
Y sobre mi lengua se desviste un ruiseñor
y entre sus alitas nos amamos sin pudor
cuando me besas
un premio nóbel le regalas a mi boca.

Cuando te beso
te abres y cierras como ala de mariposa
y bautiza tu saliva mi ilusión
y me muerdes hasta el fondo la razón.
Y un gemido se desnuda y sale de tu voz,
le sigo los pasos y me dobla el corazón
cuando me besas
se prenden todas las estrellas en la aurora.

Y sobre mi lengua se desviste un ruiseñor
y entre sus alitas nos amamos sin pudor
cuando me besas
un premio nóbel le regalas a mi boca.
Cuando te beso
tiembla la luna sobre el río y se reboza...»

E' come cavalcare la cresta dell'onda: a ogni immersione nell'abisso dei sentimenti messi a nudo, nel batticuore della romance che vive di un eternità senza tempo - segue inevitabilmente la risalita. Verso la luce, le radiose armonie, la tonalità maggiore stabilmente insediata sul trono della regina musica.

E' destino - insomma - che «piova caffè» in questa notte speciale. Nei campi, dal nulla, sopra le nostre teste. Tra fiotti d'energia che attraversano, rimbalzano, trafiggono la marea festante ridotta a una sola, immane creatura... saltante: su e giù, giù e su, sotto la sferza del merengue, gli scoppi ilari e liberatorii dell'inesorabile uno-due, trascinati dai giri vorticosi dell'accordion emulato dalle capaci mani della tastierista.

Il Nostro indossava sotto la giacca una t-shirt su cui campeggiava la scritta "Soldado", proprio come il brano che inaugura il suo nuovo progetto discografico "Para ti", e in tante dichiarazioni di questi ultimi tempi aveva lasciato chiaramente intendere che questa sua svolta verso la vocazione supera negli intenti la poetica sviluppata in passato... Ma nei fatti e nella sostanza musicale ciò non appare. E d'altra parte non posso credere che un intero percorso seguito con tanta cura e passione durante gli anni (la tournéè in questione, che si chiudeva proprio a Milano, celebrava appunto i prestigiosi "Veinte años" di carriera di Guerra coi suoi 440) si cancelli in un sol colpo, o si pretenda di dissimularlo oggi con qualche pugno di fumo gettato al suo indirizzo. Lo dimostra il repertorio che è stato scelto per questo meraviglioso concerto.

Col suo finale vertiginoso, poi, in frenetica corsa - dove bene non si sa - a rotta di collo (forse incontro alla follia), di sicuro a ritmo sostenuto di merengue e in una giungla fatta del bestiario più visionario e bislacco che ci sia dato di saggiare: le immagini del Guerra più surrealista, i sogni e le creazioni che amiamo ancora troppo visceralmente per farci invece depositari dei messaggi diffusi in verbo dal suo nuovo, enigmatico sosia. E così dopo Si tú te vas - affidata in esclusiva alle voci degli ottimi coristi - è tutto e solo un crescendo, tanto insano quanto godibile, fino alla conclusione. Gratificato dagli anthem che non si dimenticano facilmente - La bilirrubina, El Niágara en bicicleta, e l'ultimissimo bis (lampo o coup de grâce non saprei dire) con La cosquillita- cammino ormai verso un nuovo giorno.

Juan Luis Guerra

Ed è ancora pelle d'oca...

... voy a pedir su mano

Ferruccio Paoletti
Ottobre 2005


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