Questa non è una esclusività cubana.
Se pensiamo a al Jazz sappiamo che accade qualcosa di simile.
La similitudine che c'è tra la musica cubana e il jazz esiste perchè sono entrambi espressioni culturali
nelle quali dominano le influenze di origine africana.
La musica popolare cubana raggiunse e continua a raggiungere risultati importanti dal punto
di vista culturale fondendo e ricreando linguaggi che originariamente ci arrivarono dalla Spagna e da altre zone d'Europa
e dall'altro lato attraverso differenti culture africane.
Queste fusioni hanno determinato nel pubblico un senso comune nel recepire la musica,
nell'accettarla, nel comprenderla. Apparentemente questo non ha nulla a che vedere con l'intelletto perchè
nessuno quando balla ci pensa sù, ciò nonostante è qualcosa che ha radici culturali nel subcosciente dell'individuo.
Che stia cantando o ballando, l'individuo lo fà apparentemente in una forma meccanica però in realtà è condizionato
da una serie di fattori che si sono incorporati alla sua maniera di sentire e di pensare e che nel momento del ballo
o del canto affluiscono in una maniera naturale, senza pensarci sù, nè fare di ciò un atto intellettuale.
Non per questo termina di essere cultura.
Cultura è tutto quello che è capace di costituire un sedimento in una comunità,
in una società e in un gruppo di società come è il caso della musica popolare cubana,
che dagli anni 20 del secolo passato ha creato una comunicazione con il pubblico di molte altre latitudini.
Come spiegare il successo così grande in paesi della zona scandinava così culturalmente distanti da noi,
o nel Giappone già dagli anni 40 o in Francia come avvenne già dagli anni 20-30?
Questo significa che c'è stata una comunicazione che ha unito nazioni attraverso il prisma
catalizzatore di un creatore o interprete che ha avuto la genialità di sintetizzare questi valori e di trasmetterli.
Riferendoci a questo stiamo parlando di cultura e non di intrattenimento.
Evidentemente dietro ad ogni atto creativo c'è sempre un fattore di intrattenimento poichè l'opera ci produce un piacere.
Si tratta di un piacere estetico ed il piacere estetico non è un piacere primario.
Il piacere che provoca l'ascoltare o ballare una musica non si può comparare con il piacere di assaporare un gelato.
Il sapore è un piacere elementare che è relazionato con gli istinti primari dell'essere umano.
Il piacere estetico ha una proiezione più sviluppata, meno "animale", e involucra tutto un cosmo di pensieri e sensazioni.
Per questo penso che un musicista popolare è soprattutto un comunicatore, un artista portatore di una cultura,
di una tradizione che ha ricevuto e che è stato capace di di sviluppare e tradurre in un linguaggio personale,
che è quello che chiamiamo "stile", e che ha saputo comunicare ad altre persone.
Se la comunicazione non avesse successo non ci sarebbe persistenza della tradizione.
Se l'opera di un artista continua ad ascoltarsi e ballarsi e arriva il momento in cui quello che si ascolta
e si balla diviene una necessità spirituale e non solo un piacere è perchè si è creata una dipendenza
nelle necessità spirituali del recettore. Dovunque c'è una necessità spirituale esiste un elemento culturale.
Tornando ai testi ci sono brani nei quali l'autore scrive un testo talvolta senza un intenzione premeditata
e capita che il pubblico gli dia un interpretazione particolare che poi si generalizza.
Si costituisce comunque una comunicazione tra l'interprete e chi lo ascolta.
Questo riafferma il carattere culturale della trasmissione e dello scambio che si produce con la musica
popolare ballabile soprattutto se l'interprete è capace di di esprimere la sua opera nelle sue linee essenziali
e di arricchirla nella comunicazione con il pubblico. Per esempio, una cosa interessante è il ruolo e la frequenza
dell'improvvisazione nella musica popolare ballabile. C'è una serie di aspetti fissi nell'opera che sono stabili,
condizionati ed altri che dipendono dall'improvvisazione degli strumentisti e del cantante.
Nel caso specifico del cantante è importante il fatto che nella sua improvvisazione si appassioni,
si emozioni e la continui a seconda di come il pubblico risponda emozionalmente alla sua proposta.
Se parlassimo solo di intrattenimento puro questa comunicazione non si produrrebbe e il pubblico
starebbe semplicemente ricevendo una serie di suoni e reagendo secondo quello che questi suoni provocano in lui.
Il fattore improvvisazione dimostra in special modo nel cantante che ci troviamo di fronte ad un atto culturale.
D'altra parte ci sono persone che pensano che l'improvvisazione abbia un carattere puramente intuitivo e spontaneo.
Certamente nell'improvvisazione c'è un elemento di spontaneità, però questa non è viscerale, non viene dallo stomaco.
E'un atto creativo intellettuale. Si pensa quello che si vuole cantare. L'improvvisazione deve tenere una relazione
con quello che è successo prima e con quello che succederà, deve corrispondere a quella situazione emotiva
o di comunicazione che si è stabilita tra l'artista ed il pubblico. Non è semplicemente dire per dire; è molto di più.
Lo stesso succede con il musicista: lo strumentista non esegue note per eseguire note, deve pensare e sapere,
in termini musicali, le evoluzioni armoniche che sono presenti, quali sono le note adeguate, che giro o intenzione
sarà data alla melodia, quale intensità si produrrà nel suono.
Queste sono azioni cerebrali que si realizzano con una velocità incredibile e che soltanto
possono essere realizzate da quelle persone che, in primo luogo hanno talento per farlo e, in secondo luogo,
hanno sviluppato una abilità, una pratica.
Pertanto è un principio accettato che la musica popolare ballabile non è una musica per far pensare, però indiscutibilmente,
produce una comunicazione, uno scambio basato in sentimenti profondi e non in istinti primari.
Questi sentimenti sono determinati dal piacere o godimento estetico che ha a che fare con il nostro intelletto e non solo con le nostre sensazioni.
Non è escluso che questa musica che ascoltiamo e che in un certo momento non ci fece pensare non lasci una traccia in noi,
in modo tale che ripensandola successivamente mi suggerisca una serie di idee e di pensieri.
E'chiaro che la musica popolare ballabile ha un suo punto di forza nel provocare allegria.
Nessuno fà musica popolare per meditare. Però esiste un pensiero umano più puro, più bello e interessante della felicità?
Sappiamo che non tutto nella vita è allegria, esiste l'alternanza di sentimenti e sensazioni,
di stati d'animo. Indiscutibilmente, anche se è impossibile, tutti aspiriamo ad uno stadio di allegria permanente.
Questo è un super obiettivo dell'individuo e della società e non lo possiamo considerare come un semplice atto
di divertimento o intrattenimento. E'una sensazione profonda che comporta determinati condizionamenti di idee,
di pensieri e di stati d'animo benefici per l'essere umano e pertanto non possiamo associarli solo all'intrattenimento
ma anche ad una espressione umana profonda che investe un substrato culturale.
Purtroppo sappiamo come la musica popolare ballabile sia spesso associata a fattori di carattere commerciale.
Si parla del "commercialismo musicale", di certe tendenze con fini commerciali,
stereotipi che si introducono per soddisfare quella che alcuni chiamano "cultura di massa".
Un tentativo di omogenizzare i sentimenti ed il gusto.
E' noto che questo è successo, in questo secolo in molte musiche popolari e anche nella nostra.
Dobbiamo però sapere che questa condizione non la crea nè la genera l'artista.
L'artista crea, il musicista interpreta, però sempre è presente un impresario,
un uomo d'affari che osserva la sua arte e stabilisce un alto livello di comunicazione con grandi settori della popolazione.
E' questo individuo ed i fattori che lui rappresenta che cominciano a manipolare la musica.
Questo fenomeno si produce nei mezzi di comunicazione di massa,
con determinati impresari che dettano le regole per comporre ed interpretare la musica.
Non è il musicista che fissa questi criteri. Sono fattori extra-artistici quelli che permettono che esista
una musica che raggiungendo un alto livello di diffusione possa essere manipolata e utilizzata con fini commerciali.
La musica popolare ballabile non ha necessità di essere commerciale nel senso peggiore del termine.
Che la cultura si commerci o che si sorretta da da relazioni economiche e contrattuali è un fatto naturale soprattutto in tempi moderni;
però non è l'arte che genera questa commercializzazione. Un esempio:
nel Medioevo la musica praticata in Europa era distinta in due tipi: profana e religiosa.
La Chiesa Cattolica stabilì una serie di norme e di modi canori che si chiamò Canto Gregoriano,
una forma specifica di cantare la liturgia cattolica. C'era un codice che fissava le forma di esecuzione e non si poteva eseguire in altra maniera.
In quei tempi nessuno pensava di farne commercio. Questa musica non si faceva per fini ricreativi ma al contrario per fini rituali,
con un altruismo dal punto di vista religioso. Recentemente, a distanza di secoli, ad un impresario venne in mente
di riprendere i Canti Gregoriani, li registrò in un compact disc e immediatamente il disco si convertì in un successo
economico da millioni di dollari. Dobbiamo dire per questo che il Canto Gregoriano dei secoli XI, XII e XIII si faceva per fini commerciali?
La logica dice di no. Nè i compositori, nè gli interpreti e nemmeno le autorità religiose che introdussero questa musica,
che mai cercò di essere altra cosa se non comunicazione del credente con la sua religione,
potevano immaginare che, molti secoli dopo, si tramutasse in un boom commerciale.
Questo dimostra che non è la musica, nè l'artista che introducono il fattore commerciale nella musica.
La musica si limita a piacere, a comunicare, a colpire, nè più nè meno.
Anche la musica popolare ballabile è concepita come uno spettacolo. Che sia in un teatro o in un salone da ballo.
Un ballo di massa si converte in uno spettacolo non solo per chi osserva ma anche per chi lo pratica.
Nessuno balla da solo, ciascuno balla vedendo l'orchestra, il movimento scenico,
quello delle cento o mille persone che intorno a lui condividono questo atto di comunicazione artistica e di piacere estetico.
Lo spettacolo per alcuni teorici và considerato come un arte minore, di seconda categoria.
Non condivido questo criterio. Penso che lo spettacolo, per il suo valore di comunicazione,
di trasmissione di esperienze culturali, di sentimenti e di fraternità, può essere, in un dato momento,
un atto culturale profondo per il modo in cui cerca la comunicazione umana, per il modo in cui provoca un piacere estetico,
spirituale, che riesce ad unire una moltitudine di persone. Questo non si può associare con altre forme di intrattenimento più bastarde,
meno interessanti, come certi schemi che si adottano nel turismo tra i cosidetti "animatori culturali".
Ultimamente si è diffuso a Cuba come fuori una maniera di esibirsi dell'"animatore artistico",
cercando facili soluzioni per ottenere il divertimento e l'intrattenimento. Non voglio criticare queste forme, nè negargli una validità sociale,
voglio solo dire che non necessariamente dobbiamo considerarle espressioni artistiche.
In conclusione credo che ogni volta che parliamo di musica popolare ballabile parliamo di arte,
e ogni volta che parliamo di arte parliamo di cultura. Cultura è comunicazione,
avvicinamento tra esseri umani, riproduzione di tradizioni.
Persino i ballerini creano: nella passione stessa del ballo nascono determinati movimenti, passi, determinate coreografie.
Arriva il momento in cui la creatività dell'artista si trasmette al pubblico che si converte in creatore anch'esso.
Attraverso la sua espressione corporale o del canto, poichè il pubblico ripete il canto, a volte vocalmente o in un battere di mani,
il pubblico ricettore si incorpora all'atto creativo.
Quindi come possiamo pensare che che un atto artistico di tale grandezza che è capace di allacciare spirito,
sensi e intelletto in una moltitudine di persone possa essere un semplice atto di intrattenimento.
Ci deve essere qualcosa di più profondo. Altrimenti non si ripeterebbe, nè lascerebbe nella gente una sensazione di felicità quando termina.
Non c'è nulla di più gratificante per un balllerino che tornare a casa dopo un buon ballo.
Tornano in uno stato di felicità (per i musicisti è lo stesso), colmi di piacere,
persino in quei posti dove non si ingeriscono sostanze alcoliche. Non credo che l'alcool sia un fattore decisivo, quì l'essenziale è l'arte.
Lo dimostrano le generazioni più giovani, gli adolescenti che generalmente non bevono mentre ballano,
e tuttavia escono felici e soddisfatti. Se tutto questo è così, e sappiamo che è così,
non possiamo pensare che ci troviamo di fronte a un semplice atto di intrattenimento e ancor meno
confondere il creatore con un "intrattenitore", una persona dedita a trastullare o a far staccare il cervello della gente dai problemi.
Credo si tratti di un atto profondo che prende dimensione con il trascorrere degli anni come qualcosa che cresce e si matura sempre più.
(fine seconda parte)
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