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Ricordo il primo giorno che ci siamo conosciuti. Era l'agosto del 1994. Una sua ballerina mi aveva parlato di lui, descrivendomelo come il più rappresentativo maestro della isla del encanto. Gli avevo telefonato e quella sera stessa era passato a prendermi in albergo per portarmi al Coabey, uno dei locali salseri più importanti di Puerto Rico. Ricordo la mia sorpresa nel vedermi apparire al posto di un ballerino aitante col fisico d'atleta, un gigante molto bene in carne che non rispondeva affatto ai modelli classici del ballerino. Ricordo anche la sorpresa che provai quando lo vidi ballare per la prima volta. Quel suo modo di ballare sconvolgeva tutte le idee che mi ero fatto fino allora sulla salsa. Affascinato dalla sua personalità decisi perciò di iscrivermi alla sua accademia.
Ricordo la prima volta che Papito è venuto in Italia. La prima volta che si è esibito davanti ad una platea per certi versi entusiasta, per altri perplessa. Lo vedo ancora lì con il suo inconfondibile vestito bianco (era santero) mentre amorevolmente seguiva lo spettacolo dei suoi ballerini. Alla fine il pubblico era tutto per lui. Papito era così, aveva un carisma, un carisma che ti poteva confondere ma che se sapevi cogliere ti ammaliava.
Ricordo anche il nostro momento più difficile quando ritenne opportuno farsi sedurre dal richiamo di altre sirene. Era una persona che sapeva però riconoscere i propri errori e ricordo con piacere il giorno in cui mi chiese di ritornare a lavorare insieme. Con me Papito è stato in Italia per ben sei volte. Col tempo abbiamo avuto modo di conoscerci, di diventare non solo soci ma oserei dire amici.
Quando lui veniva in Italia rimaneva a casa mia e quando io andavo a Puerto Rico era lui che mi metteva a disposizione la sua casa, persino la sua macchina. Su questa cosa ci assomigliavamo moltissimo, le nostre erano case aperte dove passavano una infinità di persone. Lui era gentile con tutti, sempre ospitale, sempre pronto ad aiutare gli altri e lo faceva di cuore, senza alcun secondo fine. Gli piaceva la compagnia, gli piaceva attorniarsi di gente, anche se troppe persone nel corso degli anni lo avevano tradito. Era questo uno dei suoi maggiori crucci. Soffriva molto perché in fondo in amore, pur essendo un gaudente, era un infelice. Però non si vergognava della sua omosessualità, anzi ne era persino orgoglioso.
Come ballerino gli ho sempre invidiato quella sua capacità innata di ipnotizzare le persone, di penetrare la musica e di raggiungere, nei momenti di massima ispirazione un vero e proprio stato di trance. Lui mi diceva che alle volte era come se si sentisse cavalcato da uno spirito ed era come se questo spirito ballasse per lui, guidandone i passi ed i gesti. Notevole è stata l'eredità che ci ha lasciato. E’ stato sicuramente il primo che ha saputo portare la tipica salsa de la calle sui palcoscenici più prestigiosi. Ma è anche stato il primo capace di fondere con successo la radice portoricana, con quella cubana (a Cuba era stato parecchie volte ed era in particolare attratto dalla timba cubana). Ci ha insegnato soprattutto che si può ballare privilegiando il sabor piuttosto che gli effetti spettacolari.
Oggi quando si pensa al sabor è inevitabile pensare a Papito Jala Jala. Persino i ballerini di New York sono stati influenzati dal suo modo di interpretare la musica. Grazie a Papito hanno capito che il ballo non era solo un piroettare continuo ma un modo di esteriorizzare la musica attraverso il proprio corpo. Ed è per questo che il suo stile non morirà mai. Potrà essere offuscato dalle nuove mode imperanti ma sono certo che non sarà mai dimenticato e che tutti noi sentiremo, prima o poi, il bisogno di ritornare ad esprimere il sabor autentico della salsa.
Grazie Miguel, mi manchi, ci manchi tantissimo, ma sappi che non ti dimenticheremo mai e che la tua presenza rimarrà per sempre viva nei nostri cuori...
Grazie maestro per averci insegnato che un uomo
non va' amato solo per le sue virtù ma anche per i suoi vizi.
Che la bontà e la malvagità possono convivere incredibilmente nello stesso cuore
ed essere alle volte solo il frutto di un estremo bisogno d'amore
Grazie per averci insegnato a perdonare
e averci mostrato la sottile linea di confine tra l'amore e l'odio.
Grazie Papito, un artista muore ma la sua arte non muore con lui,
vivrà per sempre nel ricordo delle persone che gli hanno voluto bene...
Enzo Conte

Novembre 2005
BIOGRAFIA
Miguel Matos era nato a Puerto Rico il 29 giugno del 1952, sotto il segno del cancro. Aveva cominciato a ballare all'età di tredici anni. Era l'epoca in cui furoreggiava un nuovo ritmo l'Jala Jala, ritmo creato da Roberto Roena ma portato al successo dal Gran Combo di Puerto Rico e dal duo formato da Richie Ray e Bobby Cruz.
Miguel partecipò ad una gara di Jala Jala organizzata dal Canal 11 per il programma "Teenager Matinèe". Sbaragliò tutti gli avversari e da allora per tutti fu semplicemente Papito Jala Jala.
Papito non era un ballerino con una preparazione accademica alle spalle, era al contrario il classico ballerino de la calle, tutto genio e sgretolatezza.
Era un istintivo, una persona estremamente creativa con una straordinaria sensibilità artistica.
Dal suo mitico gruppo di ballo "Los Jala Jala dancers" sono usciti alcuni dei migliori ballerini portoricani come: Felipe Polanco e Pilar D'Oleo, Tito Ortos e Tania Santiago, Jorge Santana e Viviane Ayala, Angel Martinez ed Ingrid Reyes, Jhesus Aponte e Roxana Gonzales.
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