L'uomo che ha tolto il sonno a più di una generazione con i suoi ritmi
indiavolati raggiunge gli altri illustri protagonisti di un epoca a cui la sua
morte pone un sigillo definitivo. Con le sue smorfie da clown e tra le mani le sue inseparabili bacchette di
legno, che per sua volontà ha portato con sé nella bara, Tito Puente apparirà
nel cielo latino a Mario Bauza, a Tito Rodriguez, a Machito, pronto a far
risuonare ancora l'eco dei timbales, il suo amato strumento.
Fu definito in vita, e per più di quarant'anni,
"Re dei timbales" e ancora "Re del mambo", "Re della musica latina" o più
semplicemente "Il Re".
Il titolo se lo guadagnò sul campo e gli fu conferito nel 1956 quando
detronizzò Perez Prado in un concorso popolare che eleggeva l'orchestra
favorita dal publico. Erano già gli anni d'oro del Palladium, il mitico locale
newyorchese che vide nascere la febbre dei ritmi afro cubani negli States e la
loro fusione con il jazz.
Jazz e musica cubana furono i due amori della sua
vita a cui restò fedele. Il jazz fù la sua formazione scolastica, il
mainstream, le jam-sessions del celeberrimo Birdland con i più grandi, le sue
orchestre ed i suoi arrangiamenti degli standard, ed anche una passione
esclusiva quando all'avvento della salsa romantica decise di farsi da parte.
Ma se il jazz era il terreno naturale di questo musicista statunitense, figlio
di portoricani, la musica cubana fù la musa ispiratrice alla quale Tito Puente
si rivolse in tutte le tappe della sua traiettoria artistica; riconoscendo con
grande onestà intellettuale in più di un'occasione il suo enorme debito artistico.
Come sarebbe stato altrimenti se la sua infanzia nel barrio di Spanish Harlem
si nutrì degli ascolti dell'orchestra Casino della Playa, la prima ad
incorporare le percussioni cubane, e vibrò dell'amore per il ballo che dovette
abbandonare per problemi tendinei dovuti ad un incidente di bicicletta?
Come sarebbe stato altrimenti se tra tutti gli strumenti che apprese a suonare
scelse proprio i timbales, la paila cubana, un'invenzione sonora passata dalle
bande militari al danzòn delle orchestre charanga d'inizio secolo?
Come sarebbe stato altrimenti se i suoi maestri, già dai tempi dei suoi esordi
adolescenziali negli "Happy Boys" e poi con Machito, furono i due più grandi
timbaleros che misero piede negli Stati Uniti: Carlos Montesino e Tony
Escollies?
L'amore di Tito Puente per la musica cubana non fù
nè casuale né episodico. La sua discografia nelle sue tappe più alte
lo dimostra: i tre dischi tributo a Benny Morè che gli valsero il primo
Gremmy, le indimenticabili collaborazioni con Celia Cruz, La Lupe, Miguelito
Valdès, Vicentico Valdès, Rolando La Serie; ma soprattutto tra il 1955 e il
1957 una serie di dischi memorabili ("Cubarama", "Cuban Carnival",
"In percussions", "Top percussions") in cui volle vicino a sé la crema dei
percussionisti cubani: Francisco Aguabella, Candido, Mongo Santamaria, Julito
Collazo, Patato Valdès. Di lì a poco, in un processo di assimilazione culturale
che investì la sfera spirituale, decise di convertirsi al culto della
Santeria.
Senza voler nulla togliere al suo genio musicale,
le circostanze storiche gli furono favorevoli: quarant'anni del suo regno
coincisero con l'embargo statunitense verso Cuba che lo rese con Celia Cruz
ambasciatore della musica cubana e che avrebbe posto le basi per la nascita
della Salsa. Le sue dichiarazioni a proposito non lasciano dubbi:
"L'unica Salsa che conosco è quella per gli spaghetti. Io ho sempre suonato
musica cubana!".
Poco prima di morire con un sorriso e parole di disarmante umiltà dichiarò
alla stampa: "Quando finirà l'embargo e i Cubani verranno qui ci
rimanderanno a scuola!". Lui non potrà più andarci, ed era quello che ne aveva meno bisogno.
C'è d'augurarsi che la frequentino i vari Ricky Martin, Mark Anthony e
tutti gli artefici del Pop latino che un mercato mistificatore ed un giornalismo frettoloso hanno classificato come figli suoi.
Claudio Marucci
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