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La Salsa e il ballo:
passione e delirio tecnicistico

di Enzo Conte

 
Quello che spesso colpisce dei paesi dell'America Latina è la mancanza di una vera relazione tra musica e ballo. Per quanto a molti di voi possa sembrare strano, ci sono nei luoghi d'origine moltissime persone che amano la salsa, sono assidui frequentatori di concerti, regolari compratori di cd ma che non solo non sanno ballare, non sono nemmeno desiderosi per il futuro di iscriversi ad un corso di ballo.
Molti si chiederanno: come è possibile tutto ciò?

Purtroppo nel nostro immaginario collettivo i ritmi tropicali sono indissolubilmente legati al ballo e al concetto d'allegria. La passione dei latini per la salsa, per la musica salsa è invece è più profonda, appartiene alla propria radice culturale ma non ha necessariamente a che fare con il ballo o con l'allegria. Dico questo non per ridimensionare il livello dei ballerini latini (lo chiarisco a scanso di equivoci) semmai solo per porre l'accento di come in Italia ci siano, al contrario, tantissime persone interessate al ballo ma poche persone interessate veramente alla musica, pochissimi compratori di cd e altrettanto pochi frequentatori di concerti.

E' un fenomeno di cui bisogna prenderne atto al momento di analizzare le tante contraddizioni presenti nel nostro ambiente. Questo fatto determina ad esempio che un latino appassionato di salsa (sia esso ballo o musica) lo sarà per la vita, mentre un salsero italiano potrebbe esserlo solamente per un breve periodo della sua vita. L'ambiente della salsa in Italia (chi lo frequenta da anni lo può confermare) è infatti un mondo in continuo ricambio e questa perenne migrazione non gli permette di assistere ad una sua effettiva maturazione.

Nei primi anni '90 dischi se ne vendevano pochissimi, i concerti erano spesso deserti. All'alba del 2000 la situazione è la stessa con eccezione forse dei festival all'aperto che si tengono però al di fuori del circuito delle discoteche. Pretendere una reale crescita culturale di questo ambiente mi sembra di conseguenza una utopia. Molte volte ci dimentichiamo di rivolgerci non ad un pubblico di esperti e di veri appassionati ma ad un pubblico di neofiti, molti dei quali nemmeno sostenuti da una vera passione. Nei vari forum su Internet si leggono spesso polemiche sulla diffusione dei diversi stili di ballo, sui diversi tipi di musica, ma siamo sicuri che un principiante abbia i mezzi per distinguere uno stile dall'altro e che sia veramente interessato a capire la provenienza geografica di un brano musicale? Credo, onestamente, che tutto ciò alla fine interessa a pochi. Questo non ci deve scoraggiare nel nostro compito di operatori culturali, ci deve però far riflettere sui pericoli di una eccessiva specializzazione. Ad esempio, alle volte mi chiedo: è giusto insegnare alle persone a ballare bene secondo parametri tecnici di un certo livello?
E' giusto cercare di far conoscere ai propri allievi non solo la salsa ma tutto il folclore latino-americano?
E' giusto cercare di insegnare loro anche le origini di questi balli?
E' giusto fargli fare stage con i migliori maestri del mondo (stage, spesso e volentieri, disertati dai più) nel tentativo di aprire i loro orizzonti?
E' giusto dare ai propri allievi un esatta cognizione del tempo?
E' giusto cercare di dare uno spessore culturale a tutto ciò che fanno?
Non sarebbe meglio al contrario (come fanno in tanti eccellentemente) lasciare a tutti la possibilità di divertirsi senza troppi affanni?

Qualcuno si chiederà: Enzo ma cosa stai dicendo?

Permettetemi allora di fare qualche esempio. Quando parecchi anni fa ho cominciato a studiare salsa, nessuno stava lì a chiedersi su che tempo si ballasse. Si ballava e basta! Essendo io un musicista, ho cercato invece, fin dal'inizio, di capire su che tempo fosse corretto ballare e credo di essere stato uno dei primi in Italia a sottolineare la differenza che c'era tra il ballare ad esempio sul primo tempo o sul quinto tempo musicale. All'epoca c'erano persino molti maestri che ballavano sparati sul terzo tempo, però senza nemmeno rendersene conto, al punto che nei loro corsi contavano la musica 1-2-3 pausa 5-6-7 pausa e non come sarebbe stato corretto (se ne fossero stati consapevoli) 3-4-5 pausa 7-8-1 pausa. Altri maestri passavano indifferentemente da un tempo all'altro senza nemmeno accorgersene. Dal momento che ad un allievo dai una esatta interpretazione del ritmo non si finisce però col creare una discriminante di partenza? E' chiaro, ad esempio, che se io capisco dove è l'uno mi troverò a disagio a ballare con una persona che non ha una chiara cognizione ritmica. La cosa è ancora più grave quando questo discorso si sposta sul secondo tempo musicale. In Italia ci sono pochissime persone in generale che ballano sul due e ancora meno sono le persone che sono in grado di ballarlo senza sbavature ritmiche. Questo per due ragioni: da una parte ci vuole orecchio e non tutti ce l'hanno, dall'altra il ballo in contrattempo lo impari solo se lo pratichi ed essendo in pochi a ballarlo diventa quindi un'impresa ardua impararlo. Il guaio è che se impari a ballare sul due, rischi però di non divertirti più a ballare con le persone che ballano a tempo, proprio perché ti ritroverai a sentire la musica in modo diverso da loro. Eccoci quindi di fronte ad un'altra discriminante.

Sento molto spesso parlare del ruolo delle scuole, della necessità di insegnare bene, di dare agli allievi una consapevolezza del proprio corpo e una conseguente preparazione musicale, ma alle volte mi chiedo: ma siamo sicuri che è proprio questo che i nostri principianti vogliono? Siamo sicuri che non sia proprio questo eccessivo tecnicismo a farli scappare a gambe levate? Non sarebbe invece meglio essere tutti un po' più ignoranti e lasciarci andare alla musica così come viene? Qualcuno si sorprenderà che sia proprio io a farmi queste domande. Il fatto è che mi piace interrogarmi su quello che faccio e chiedermi se sto percorrendo la giusta via.

La mia risposta alla fine è però ottimistica: è giusto che ci siano fini diversi, approcci diversi, percorsi diversi così come diverse sono le persone e le motivazioni di chi si avvicina a questo mondo. Quello che faccio, lo faccio perché è quello che mi piace fare e non necessariamente perché è quello che il mercato vuole o perché sia quello che funziona di più. No mi sognerei mai di insegnare balli di gruppo o fare stage di bachata anche se non biasimo chi li fa. E' giusto però nel fare quello in cui si crede rendersi conto che una "eccessiva specializzazione" ti può portare fuori dalla realtà, ma credo che questo pericolo appartenga alle storie personali di ognuno di noi. Siamo noi, alla fine, a dover trovare la forza di non perdere il senso delle proporzioni e di cercare in noi stessi l'antidoto per continuare a divertirci ed amare quello che si fa, senza mai diventare troppo schiavi delle proprie passioni.

"Il saper ballare bene non ci deve far sentire necessariamente migliori ma ci deve al contrario aiutare a vivere la musica amplificando all'inverosimile le nostre emozioni..."

Enzo Conte


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