Se pasó la vida controlada
sólo conocía la soledad
nunca se atrevió a desobedecer
no se imaginaba estar sin él.
Alguien le hizo ver la realidad
y ya no pudo más:
entonces despertó
entonces comprendió
que la vida tiene otro color
que también merece una oportunidad
que su cuerpo
necesita más calor
que alguien le regale alguna flor
que tiene deseo de bailar
descubrir lo que tiene Van Van.
Y ahora ya no hay control
y en el baile siempre
sea ella la primera en el salón
nadie sabe cuánto sufrimiento
guarda su interior
baila libre como el viento
a nadie da explicación.
Ya no hay control
ahora con palabras solamente
no podrás cambiar su decisión
tienes que volver a enamorarla
sin guardar ningún rencor
llévala contigo adonde quieras
llévala a tu vacilón
llévala!
Viveva senza libertà
la solitudine come unica compagna
mai si si spinse fino a disobbedire
non immaginava di stare senza lui.
Qualcuno gli apri gli occhi
e smise di sopportare:
infine si svegliò
infine comprese
che la vita ha un altro colore
e che merita di essere vissuta
che il suo corpo
ha bisogno di più affetto
che qualcuno gli regali un fiore
che desidera ballare
scoprire che cosa c'è nei Van Van.
Ed ora già non è più come prima
e nonostante lei sia sempre
la migliore nella pista da ballo
nessuno conosce quanta sofferenza
conserva il suo animo
balla libera come il vento
senza spiegazione alcuna.
Ed ora già non è più come prima
ora con parole solamente
non potrai cambiare la sua decisione
devi innamorarla nuovamente
senza conservar rancore
portala con te dovunque sia
portala nella tua festa
portala!
[montunos]
1° CORO:
Llévala al vacilón
o te la llevas tú o me la llevo yo
¿Cómo?
llévala contigo adonde quieras
que esa niña es una cara
esa niña es un bonbón
tan linda que es
se pasó la vida controlada
tú nunca le diste nada
un día dijo "está bueno ya"
y se botó
pa' la calle se botó
ahora ya no hay control
y con palabras lindas
no podrás cambiar su decisión
tienes que darle un poquitico de amor
recuerda que el plástico se derrite
si le da de lleno el sol
así que ponte pa' tu son
llévala a tu vacilón
dale una oportunidad
y tu verás que mucho más te gustará
escucha bien
tienes que volver a enamorarla
dale lo que lleva a ella
tan sólo un poco de amor
¡ahí!
Portala nella tua festa
o ce la porti te o me la porto via io
Come?
Portala con te ovunque
che questa ragazza è così bella
questa ragazza è così dolce
così pura com'è
vissuta senza libertà
e tu senza dargli nulla
un giorno disse: "Non ne posso più"
e se ne andò
per la strada se ne andò
Ora già non è più come prima
e con belle parole
non potrai cambiare la sua decisione
devi darle un pochino di amore
ricorda che la plastica si scioglie
sotto i raggi del sole
quindi preparati per questo
portala alla tua festa
dalle una opportunità
e vedrai che ti piacerà ancor di più
ascolta bene
devi innamorarla nuovamente
dagli quello che lei si aspetta
solamente un po' di amore
ahí!
2° CORO:
Que baile, que baile, déjala
pa' que se excite
hasta que grite.
Hasta que grite
que eres tú su papi lindo
y que se muere por tí na' más
déjala, déjala
déjala que goce cómo quiere
y déjala que baile a su manera
ay si lo que quiere es vacilón
dale vacilón
si lo que quiere es cha-cha-chá
dale cha-cha-chá, na' más
si no le basta con eso
y te sigue molestando
entonces ¡mamita coge tu mambo!
que voy echando
Lasciala che balli, che balli
e che si ecciti
fino a gridare
fino a gridare
che tu sei il suo bel tesoro
e che muore per te d'amore
lasciala, lasciala
lasciala che goda come vuole
lasciala ballare a modo suo
e se chiede festa
dalle festa
se chiede cha cha chà
dalle cha cha cha
se poi non le basta tutto questo
e continua a scocciarti
allora: "Tesoro prendi il tuo Mambo
che me ne vado"
[mambo]
Ahí na' más
Baila muchachita
no dejes que la pena te atormente
baila mamá
baila nené
ay para que baile
pa' que goce, pa' que ría
¡ay papacito, no puedo más!
no te canses de gozar
me gusta verte bailar
cómo me gusta tu tumbao
así de medio lado
yo te daré, te daré, niña hermosa
todito lo que necesites
bueno, mira
ahora escucha mi consejo
para que llegues a viejo:
con un cachito de ternura
se conforma
todo es questión de forma y atrévete
dale amor, dale amor pa'
que no seas su perdedor
Senza aggiungere altro
Balla ragazzina
non lasciare che la pena ti tormenti
balla tesoro
balla ragazza
affinchè tu possa ballare
godere e dire:
"Ay, tesoro, sono sfinita"
non ti stancare di godere
mi piace vederti ballare
come mi piace il tuo andamento
così un po' di traverso
io ti darò, ti darò, ragazza bella
tutto quello di cui hai bisogno
bene, adesso
ascolta il mio consiglio
per raggiungere la saggezza:
con un pochino di tenerezza
si accontenta
tutto è nella modo di trattarla e lanciati
dalle amore, dalle amore
per non diventare colui che la perse
3° CORO:
Dale una flor
inventa una aventura
entrégate, deja la duda
¡Sì!
Duda que te quema
sobre las tinieblas
de tu soledad
convéncela, entrégate
conquístala, llévala a la luna
deja ya la duda
y tú verás qué vacilón
tú verás qué sabrosura
tú que me decias
que con ella no salías más
ahora mírate ahí
si esa niña es la que a tí te mata
ésa es la pepilla tuya.
¡Ahí na' más!
Dalle un fiore
inventa una avventura
concediti, abbandona i dubbi
Si!
dubbio che ti brucia
sopra le tenebre
della tua solitudine
convincila, concediti
conquistala, portatela sulla luna
lascia il dubbio
e tu vedrai che festa
vedrai che sapore avrà la vita
tu che mi dicevi
che con lei non uscivi più
ora eccoti quì
se questa bimba è quella che fa per te
questa è la tua ragazza.
Senza aggiungere altro!
I tesori della Timba: "Llévala a tu vacilón"
Qualità musicali nel Songo e nella Timba; e un caso d'intertestualità
Ci sono canzoni per le quali sole verrebbe da pensare che è valsa la pena d'imbattersi in questo meraviglioso mondo musicale.
E più risplendono più spesso, paradossalmente, cadono nell'oblio - o tali restano fin dall'inizio - lontano dall'attenzione generale.
Hanno il fascino del gioiello senza prezzo e senza pari, sepolto forse per sempre là in fondo, da qualche parte sotto la sabbia. Ma per fortuna sono incastonate anche nel nostro cuore dal momento in cui abbiamo la ventura di scoprirne le attrattive, e prendiamo ad amarle - opere di valore che non svaniranno mai col tempo né dopo infiniti ascolti, sempre emozionanti.
Tra queste c'è la Llévala a tu vacilón, quella che per me rimane una delle più belle canzoni dei Van Van. Musica di Juan Formell, testo e interpretazione - commovente di Mayito Rivera.
Sul piano squisitamente musicale il brano rifulge di una resa brillante come poche, al pari di certe canzoni sue compagne di quello stesso anno di grazia (il 97): ciascuna sezione poggia su un tessuto polistrumentale perfettamente equilibrato, e a sua volta la successione delle sezioni lungo la dilatata tabella di marcia - ben sette minuti, dallincipit fino alla conclusione suona fluida e ovunque intensa. Un crescendo dinamico particolarmente riuscito la trascina verso il climax finale: ma per rendersi conto appieno della potenza che animava la formazione in quel periodo, dieci anni or sono, bisognerebbe ascoltare di questa Llévala certe invasate versioni dal vivo (in bootleg) nelle quali la parte a montuno è, come immaginabile, estesa allinverosimile e il gioco dei mambo arrangiati e variati dall'eccellente Hugo Morejón per i tre tromboni si fa via via sempre più intenso e impressionante, in un riverbero di autentici, paurosi barriti.
E in ogni caso il dipanarsi dellintera composizione che, ancor oggi e semplicemente rifacendosi alla versione ufficiale compresa in Te pone la cabeza mala, colpisce per le sue soluzioni melodiche, ritmiche, armoniche e per il gusto unico col quale Formell ha saputo disporre e contrappuntare l'intera partitura. Si ascoltino, fra gli esempi più lampanti, lintroduzione e le brevi strofe del cuerpo: sono esposte con apparente fretta, costruite sul più banale dei giri di do, eppure qui non vige piattezza alcuna, non noia né sentore di scontato. Tutto ciò grazie al fine cesello delle coloriture eseguite dal formidabile charangón vanvanero che, sviluppando ora lievi linee melodiche dissonanti a contorno (il flauto e soprattutto i due violini suonati allepoca da Fajardo e Dagoberto González) ora scoppiettanti incisi sincopati e impregnati di cromatismo (i tre tromboni), ravvivano impagabilmente questo primo frammento di canzone. Una piccola lezione, insomma, su... come rendere glorioso, con limpiego di arrangiamenti orchestrali tanto semplici quanto fini e ispirati, l'incedere della più lineare delle progressioni daccordi.
Lanalisi musicale del brano meriterebbe una trattazione dedicata, tanti sono gli elementi di spicco che lo arricchiscono i mambo di cui già dicevo, ad esempio, o lo sviluppo dei cori nellarco dei tre differenti montuno. Cori rochi e taglienti, intonati da Pedrito Calvo e Robertón in intrigante mélange di timbri vocali, concepiti sia pur un po timidamente secondo gli stilemi rap allora in voga - istigati, verosimilmente, dai primi passi che pochi anni addietro avevano intrapreso con successo le formazioni di risalto sulla scena della Timba, prime fra tutte la Elite di Paulo FG e la Charanga Habanera.
I montunos stessi, poi, godono tutti, ciascuno dei tre con le proprie diversità e particolarità, di una delle classiche componenti capaci di rendere il ritornello di tradizione cubana tanto convincente quella che lorecchio e lo spirito percepiscono come un effetto per così dire di... levitazione o destasi vale a dire la progressione crescente attraverso il solare intervallo di nona. Che si tratti di magico son dannata (mi vengono in mente su due piedi El paralítico di Miguel Matamoros e Llegó el cuarteto Patria di Eliades Ochoa) o di poderosa timba (penso in tal caso a ¿Y San Toma qué? di Paulito FG o Para que baile Cuba di Manolito y su Trabuco, ma gli esempi si sprecherebbero), questo fil rouge musicale, imperniato su una precisa strutturazione armonica, lega inconfondibilmente in un'unica, frizzante atmosfera i più bei momenti regalati dai grandi montunos cubani.
[Nota: Più in particolare leffetto è ottenuto inserendo, in una generica successione I-IV-V comunque orientata, il secondo accordo della scala: durante lo sviluppo la tensione positiva avvertita dallorecchio conduce allora, come conseguenza armonica, a una risoluzione più efficace e distensiva della sequenza. E proprio questo respiro, fatto di tensione e distensione, che alla fine produce un tappeto uditivo di buon tiro. Unalternativa alle none, sfruttata altrettanto di frequente - quanto meno nella Timba - è limpiego dellintervallo di settima (VIIb per la precisione) nellambito della medesima successione di base]
E poi quei mirabili accenti di bombo, distensivi e al contempo un po oscuri, durante la pausa centrale di riflessione (introdotta da «ahora escucha mi consejo / para que llegues a viejo»), che preludono a certe arie vanvanere più recenti, come i momenti di sospensione orchestrale in Timpop con Birdland e Chapeando.
O ancora, le audaci appoggiature sul mezzo tono con cui il piano di Pupy suggella alla perfezione il cerchio armonico del primo coro (quello di «Llévala al vacilón / o te la llevas tú / o me la llevo yo»): da un lato la dissonanza data dallaccordo estraneo alla scala di base sparge inquietudine mentale, qui ben in accordo col precipitare della narrazione fra abbandono e rivalse, ma regala altresì allepisodio grazie a un opportuno impiego della tastiera in chiave ritmica - un procedere traccheggiante memorabile, letteralmente contagioso per il movimento del corpo: davvero, che grande, moderno guajeo! Del resto è proprio in questo stesso lasso di tempo, la metà circa degli anni 90, che lispirazione del maestro Pedroso va, per la fortuna dei Van Van, a scovar tumbao fra i più bizzarri e obliqui (si pensi a sontuosi anthem come La fruta, Disco Azúcar, Ni bonbones ni caramelos), sperimentando al contempo quella forma-rondò, applicata intelligentemente al canovaccio del son, che più avanti maturerà confluendo nei migliori esiti timberi dati alla luce coi nuovi Los que Son Son.
E... così via con mille altre bellezze musicali, forse allinfinito.
In tutto questo scenario la componente lirica apportata dal magistrale Mayito sinquadra con naturalezza: seguendo, sottolineando, contrappuntando in interpretazione ricca e versatile ogni momento musicale per la pregnanza che quel certo istante della narrazione, e quello soltanto, deve possedere. Ogni risvolto del testo, ogni fase dello sviluppo della vicenda dalla mesta commozione dei primi versi fino allo sfrenato e fin crudo gozar finale è mirabilmente accompagnato dai colori che la voce del nostro sinsonte (non dimentichiamo, un vero e proprio predestinato al canto in quel leggendario 4 dicembre per volere della «Santa Bárbara bendita») riesce a dipingere nelle sue inconfondibili inflessioni vocali, fra virtuosismi da sonero e le più pure confessioni nutrite in fondo al cuore.
Il racconto, poi, parla da solo. Limpeccabile chansonnier mette lespressione di tutto il suo pathos al servizio di una storia tanto semplice quanto meravigliosa, storia di trasformazione (e liberazione): attraverso la danza, attraverso la musica, il tema del controllo e del rifuggere da esso, tuffandosi nel ballo sfrenato e parallelamente - tabula rasa con un grigio passato - riprendendo a innamorarsi.
Per lungo tempo avevo inseguito il proposito di decifrare appieno la poetica dellaffascinante Llévala (per quanto poi più che i versi e le parole è ciò che si trova racchiuso fra le righe a contagiare la nostra immaginazione e ad ammaliarci). Attraverso gli ascolti ne assimilavo soltanto un piccolo frammento per volta, finché un giorno l'impresa - invero non particolarmente intricata - sembrò finalmente compiuta. Ora, al di là della trascrizione, ciò che tanto mi affascinava nello sviscerare il background di un simile parto lirico era il fatto che questa canzone non si sottrae di certo al gioco di ammiccamenti che amabilmente costella certa musica cubana moderna (come la Timba o, pur più datato, il Songo). Anzi, della cosiddetta intertestualità è un esempio paradigmatico e articolato. Citazioni, allusioni musicali/artistiche, quotes letterali oppure deformati ad arte per adattarli al contesto, addirittura auto-propaganda. Bene, di tutto ciò, a quanto avevo trovato, il testo fornisce almeno tre esempi stimolanti. Naturalmente senza considerare i tanti riferimenti, (pure accattivanti per i loro agganci al codice del gergo colloquiale) non precisamente collocabili nel contesto dei richiami (dunque i vari «... pa' la calle se botó», «¡así que ponte pa' tu son!» e via dicendo).
Con gli amici genovesi Enterados ai tempi in cui vivevo in pianta stabile in Italia era stato addirittura indetto un piccolo quiz, giocoso ovviamente, per la curiosità di chi volesse arrivare a scoprire le tre citazioni misteriose... una semplice, la seconda un po meno e la terza decisamente difficile. Non un esercizio fine a se stesso, ma un tentativo di penetrare un poco più a fondo nello spirito che informa la sostanza di questa, come di altre concezioni musicali. Aspetti, quelli a cui mi riferisco col termine intertestualità, che una volta estrapolati dal particolare si scopre essere in realtà alla base di molta letteratura timbera e salsera con cui ormai abbiamo acquisito dimestichezza. E pertanto cogliendoli, ricercandoli, comprendendoli, studiandoli si può arrivare a immergersi un poco più profondamente nella scena viva e fervida che ispira, da dietro le quinte, le nostre composizioni preferite. Il che spesso dà un gusto più pieno al tutto.
Per tornare alla mini-ricerca, si trattava appunto di scovare:
un'auto-citazione (il quesito facile)
un quote riportato alla lettera (il quesito difficile)
un'allusione musicale/artistica opportunamente deformata (il quesito difficilissimo)
Beninteso, consideriamo pure Llévala a tu vacilón come un caso particolarmente felice che esemplifica le varie categorie semantiche intertestuali. Ma è chiaro che esiste tutto un mondo di cultura musicale (e il Songo dei Van Van, o la Timba in generale, portano spesso agli estremi il procedimento) nel quale si ritrovano sviluppate le diverse formule e modalità di questa peculiare poetica dei riferimenti. Quando l'artista ci offre in stuzzicante campionario un hook dopo laltro, allora individuare gli agganci, compenetrare gli spunti, inseguire le esche a caccia di legami possibili, porta inevitabilmente ad approdare a un ambiente espressivo più vasto e profondo - che può essere ad esempio quello delle opera omnia dell'artista stesso (attraverso la ripresa di contenuti o semplici slogan ed estribillos proclamati in passato), ma anche del panorama musicale intero che lo circonda e che probabilmente ha contribuito alla sua formazione. In tal caso con la riproposta, allusione o addirittura omaggio nei confronti di altri compositori, passati o presenti.
Senza contare poi il piacere del gioco: prestando orecchio a una semplice canzone scopriamo - come perdendoci a ritroso, intrappolati fra le pieghe di un ventaglio dai mille colori - che in realtà ne stiamo ascoltando tante, e tante altre!
un'auto-citazione (il quesito facile):
«Descubrir lo que tiene Van Van»
[scoprire che cosa hanno, che cosa cè nei Van Van]
C'è una loro canzone, ormai vecchia di oltre vent'anni (Anda, ven y muévete, 1984) nella quale Pedrito, replicando al coro nell'usuale gioco del montuno, pone la domanda: «¿Qué será lo que tiene, qué será? ¿Qué será lo que tienen Los Van Van?». E per quanto il quesito non sia trascendentale (che cosa mai potrà essere di così speciale che hanno i Van Van? ma è naturale: il 'sabor' cubano, il 'corazón', la capacità irresistibile di far muovere e ballare... proprio come si ascolta nei botta e risposta di questa stessa canzone) l'idea evidentemente piace al gruppo, e ne incontra a tal punto lo spirito autocelebrativo che dieci anni esatti dopo l'hit di quella Muévete i nostri estrarranno dalla penna un nuovo brano di forte impatto intitolato proprio ¿Qué tiene Van Van?. Lì, sul tappeto di un famoso coro da ovazione (l'album in questione, "Lo último en vivo", è registrato in concerto) «o-oh o-oh... ¿Qué tiene Van Van, que sigue ahí? ahí, así...», sempre Pedro Calvo fornisce altre risposte, ovviamente in linea con l'assunto della grande tradizione musicale dell'Isla Grande: hanno la 'gracia' dei vecchi soneros, padroneggiano il Son duro, la cadenza del cha-cha-chá, la dolcezza del mambo e, soprattutto, detengono proprio la cubanía che da loro ci si aspetta.
Così, per tornare a Llévala a tu vacilón e ai suoi tesori, il fatto di lanciarsi in una serata all'insegna della musica dei Van Van rappresenta, per la protagonista che nutre tanto desiderio di ballare - e col ballo dar sfogo a tutte quelle espressioni mantenute sopite, controllate fino a quel punto della vita - l'occasione per scoprire anche tutte le bontà musicali che le canzoni dei nostri racchiudono. Oltre che un pretesto che questi furbacchioni non si lasciano sfuggire per promuovere una réclame ai propri spettacoli (ma, come dice un mio amico francese riferendosi a una simile prerogativa, presente anche in certi recenti cori di Pupy, «questo genere di autoaffermazione non suona mai come immodesta vanità, piuttosto sempre fresca e divertente appare come unespressione di legittimo orgoglio per quanto di originale il gruppo ha costruito in passato, il proprio, inconfondibile bello»).
un quote riportato alla lettera (il quesito difficile):
«Recuerda que el plástico se derrite / si le da de lleno el sol»
[ricordati che la plastica si scioglie se la si lascia in pieno sole]
Questa è una citazione prelevata tal quale dalla canzone Plástico di Rubén Blades. Se leggiamo e ascoltiamo bene le guías nel primo montuno di Llévala, dopo un po' finiamo per percepire due indizi che sembrano aiutarci per scoprire che si tratta di un puro quote: intanto liricamente i due versi appaiono del tutto avulsi, estranei al filo della narrazione; e inoltre, sul piano musicale, qui l'intonazione di Mayito si plasma appositamente - nel recitarli - per emulare l'intonazione della frase così com'è cantata nell'originale e adattarla, incastrarla nel tessuto armonico in quel punto del brano.
Interessante osservare che, come in un gioco di specchi, talvolta queste citazioni anche dalla canzone più famosa possibile come può essere qui il caso nascondono unorigine ulteriore, spesso affondata nel terreno della sabiduría popolare. E in effetti il grande artista panamense - Blades - a sua volta derivò l'espressione da un motto de la calle e con essa, come con tutta la sua bellissima Plástico, volle additare le vacuità (che impietosamente svaniscono allorché le si esponga al calore autentico del sole, ovvero del cuore) imperanti nella società dei consumi e dei falsi valori. La sua è una bellissima apologia della forza del sentimento come contraltare all'idolatria delle apparenze: "Lei era una ragazza di plastica, di quelle che si vedono da queste parti, di quelle che quando si agitano sudano Chanel n°3... [...] Lui era un ragazzo di plastica, di quelli che vanno col pettinino in mano e la faccia da 'non sono stato io', di quelli che temendo i pericoli della conversazione discutono soltanto di quale marca di auto sia la migliore... [...] Era una coppia di plastica, di quelle che vedo da queste parti, lui che pensava solo ai soldi, lei alla moda parigina, che appaiono per quello che non sono, vivendo in un mondo di pura illusione e dicendo al loro figlio di cinque anni di non giocare coi bambini di colore diverso... [...] Era una città di plastica, di quelle che non vorrei vedere, di edifici in cancrena e un cuore di lustrini, dove invece di un sole sorge un dollaro, dove nessuno ride e nessuno piange, gente dal volto di poliestere che ascolta senza sentire e guarda senza vedere... [...] Non lasciarti ingannare, cerca l'essenza e le sue ragioni, ricordati che ciò che si vede sono le facce, ma mai il cuore..." Da cui, alla fine, si arguisce anche in questa nostra Llévala a tu vacilón l'allusione (estrapolata, ovviamente, e depurata dei drammatici toni del contesto sociale dipinto da Blades) alla riconquista dell'amore perduto, o sfiorito, attraverso il vero sentimento, una galanteria sincera, lungi da lusinghe tanto appariscenti quanto in realtà vane e ben poco autentiche.
un'allusione musicale/artistica opportunamente deformata (il quesito difficilissimo):
«Duda que te quema / sobre las tinieblas / de tu soledad»
[dubbio bruciante, sulle tenebre della tua solitudine]
E' un geniale gioco di Mayito che distorce, per pura similitudine fonetica, la prima parte del seguente, celebre verso: «Luna que se quiebra / sobre las tinieblas / de mi soledad»
[luna che s'infrange sulle tenebre della mia solitudine]
Celebre ma non così conosciuto qui da noi - in Europa: ed è per tale ragione che ritenevo la risoluzione proibitiva. L'originale riportato testé appartiene di fatto alla grande tradizione del bolero messicano, in particolare a Noche de ronda, un lento, notturno brano reso popolare nei Caraibi, molti decenni fa, da Agustín Lara (lo stesso autore di Solamente una vez e della notissima Granada) e in seguito interpretato anche da Julio Iglesias e di recente Luis Miguel. Ho parlato di gioco geniale perché qui in Llévala, mantenendo intatta l'evocativa e un po' cupa immagine allegorica delle 'tenebre della solitudine' (in questo caso rivolta al personaggio maschile della canzone), Mayito trasforma invece completamente - assonanze a parte - la «luna que se quiebra» nella «duda que te quema», con perfetto aggancio alla duda [il dubbio] menzionata dal coro nella terza e ultima parte dei montunos («... Dale una flor, inventa una aventura / entrégate, deja la duda»). L'effetto è nello stesso tempo risibile e seriosamente patetico: il dubbio che tormenta il protagonista della riconquista affettiva mette in palio una posta non da poco, l'amore di tutta una vita.
[Per inciso, una piccola audacia poetica: la memoria della luna che colora l'antico bolero ricompare ugualmente per bocca di Mayito pochi versi dopo: «... conquístala, llévala a la luna»]
Ma gli esempi/quiz citati sono soltanto alcune delle chicche contenute in questa grande canzone (un'altra gemma, seminascosta, è la frase a effetto «escucha mi consejo / para que llegues a viejo»: si tratta a tutti gli effetti di un motto prelevato di peso da Abuelita di Héctor Lavoe, il quale a sua volta lo rese in forma canzone trasformando lievemente uno dei tanti dichos criollos de la edad, i saggi proverbi in tema di vecchiaia).
In ogni caso, tanti piccoli tasselli di un affresco che racchiude a tutti gli effetti i segni del capolavoro, oltre che tanto amore per una tradizione musicale senza confini, e testimoniato nel più semplice dei modi - la ripresa in parole e versi - dal sonero de verdad Mayito. Quello che mi faceva dire, all'assunto iniziale forse un po' troppo impregnato del mio personale modo di sentire (ma tant'è - conosco purtroppo soltanto questo modo di comunicare le mie emozioni): "ci sono canzoni per le quali sole verrebbe da pensare che è valsa la pena d'imbattersi in questo meraviglioso mondo musicale".
E, ancora, sarebbe interessante capire se - trattandosi all'epoca di uno dei rari sforzi compositivi di Mayito Rivera nel panorama della produzione dei Van Van (ne scrisse il testo, come pure per El tren se va) - l'artista, a quel tempo in fase fortemente emergente, abbia voluto ostentare tutta la sontuosa ricchezza del proprio immaginario narrativo, oltre che del proprio repertorio lirico. Abbiamo infatti un fiorire di figure retoriche da far concorrenza a un vero poeta: la metafora che punteggia lo svolgimento dell'intera vicenda (i colori della vita, i fiori come regalo e profferta amorosa, la danza come espressione e moto liberatorio [como el viento], le parole come strumento di mistificazione, la festa stessa [vacilón] che da miraggio d'una avventura si trasforma in luogo d'incontro per una più profonda riunione di sentimenti, naturalmente la "plastica" di cui s'è detto, come pure l'oscurità dello status da solitario, quel briciolo... un pugno e niente di più di tenerezza che tutto mette a posto se, magari un poco prosaicamente, si è capaci daccontentarsi di unavventura non trascendentale [con un cachito de ternura se conforma]), l'anafora che costella la narrazione nelle strofe d'inizio, le allitterazioni intriganti [sólo conocía la soledad], e tanto d'altro...
La storia poi non smette mai di suggestionare, neppure dopo ripetuti ascolti, per quella vena dintensa malinconia che, a dispetto del lieto fine (che comunque sintravvede appena), pervade il quadro globale. E il cuerpo della canzone riesce prodigiosamente a condensare in pochi attimi - come è consuetudine in tanta Timba tutto il dipanarsi della vicenda, partendo dall'amara constatazione di quella vita oppressa e priva d'affetto, e poi improvvisamente tramutandone contorni e sostanza attraverso la scoperta, quasi un'epifania, della musica, del piacere del ballo, di sé stessi.
Da gustare in ogni sillaba e in ogni nota.
A cominciare dall'... istante 000, con limmancabile ponche dei tamburi di Samuel Formell ad aprire il sipario, fino alla lunga fuga orgiastica che conduce verso un finale in realtà mai compiuto così come non potrebbe comunque venir confinata e racchiusa la celebrazione infinita della danza, e dello spirito vitale che con essa riprende il volo.
Se davvero è stata abbandonata, dimenticata col tempo o da subito ignorata, lasciatemi dire che è un grande peccato. Un tesoro di canzone!