D.:
Grandioso concerto, vorrei farti qualche domanda per farti conoscere un po' anche dal pubblico italiano che,
pur amando la musica cubana, forse non sa chi sia "
Ernesttico", vuoi dire qualcosa di te per presentarti?
R.:
Non saprei cosa dire, sono piuttosto timido e non mi piace parlare di me,
preferisco rispondere alle domande che mi farai. (Ci credete? Io non del tutto, però la "parte" l'ha detta proprio bene)
D.:
D'accordo, come preferisci. Sei molto giovane (ha poco più di trent'anni) e sei già un affermato artista a livello mondiale.
Ritieni che il fatto di esserti trasferito in Italia ti abbia in qualche modo aiutato?
R.:
Certo per me è stata una grande fortuna. Vorrei però precisare che non è stata una fortuna che mi è caduta dal cielo.
Io questa fortuna ho fatto di tutto per provocarla.
Non ho mai aspettato che le opportunità si presentassero da sole, ho sempre cercato di suonare il più possibile,
ho suonato tutti i generi musicali che si suonassero a Cuba, ho collaborato con artisti provenienti da generi musicali diversissimi fra di loro.
Mi sono spesso sentito dire che qui ho trovato l'America, io credo però di essermelo meritato con il mio lavoro.
Quando Pino (Pino Daniele, per intenderci) mi è venuto a cercare io, in qualche modo, mi ero già fatto un nome.
A Cuba ad esempio avevo già lavorato con Mercedita Valdes, Gonzalo Rubalcaba, Emiliano Salvador, Paulito F.G.
come vedi ho suonato folklore, jazz, timba.
D.:
Credo che questo l'abbia avvertito anche il pubblico di questa sera, ho visto gli spettatori piacevolmente "spiazzati" dalla tua musica,
per un ascoltatore classico di jazz le tue contaminazioni musicali sono decisamente stravaganti!
R.:
Non solo per il pubblico, anche per i miei colleghi musicisti.
Ad esempio una sera, alla fine di un concerto, venne a salutarmi Christian Meyer (il batterista di Elio e le Storie Tese) e mi disse
"pagherei quello che non ho per capire dove metti 'l'uno'."
(sorride soddisfatto, finalmente un po' di sano "alarde" cubano, forse gli sta sfuggendo di mano il copione e va a braccio.)
D.:
Parliamo un po' del pubblico: ti piace il pubblico italiano? Credi che sia competente musicalmente parlando?
Sapresti dirmi un suo pregio ed un suo difetto?
R.:
Credo che il pubblico italiano sia preparatissimo dal punto di vista musicale,
si sente che anche in questo Paese c'è una grande tradizione melodica,
anche i giovani che riempiono gli stadi ai concerti di Lorenzo o di Pino sono molto esigenti.
Se dovessi trovare un difetto, non so, posso dirti una differenza: mi sono accorto che al sud la gente è all'apparenza più calorosa,
i modi sono più vicini alle mie tradizioni, mi sento un po' più a casa.
D.:
Hai citato alcune collaborazioni con musicisti italiani, da quale di esse ti sei sentito più arricchito?
R.:
Pino Daniele, soprattutto perché è capitato in un momento della mia vita sia personale che professionale in cui avevo molto bisogno di fare,
musicalmente parlando, quello che lui mi ha chiesto di fare.
Ci siamo conosciuti circa 8 anni fa, in un momento in cui la musica cubana stava attraversando
una crisi molto acuta e sinceramente avevo molta voglia di uscire e sperimentare nuovi modi di fare musica.
Sono molto soddisfatto anche della mia collaborazione con Jovanotti, lui si fida molto di me e mi lascia libero di esprimermi e di sperimentare.
D.:
So che hai una formazione musicale molto variegata.
R.:
Sì, mi sono diplomato a 19 anni al Conservatorio Nazionale all'Avana e l'anno seguente sono diventato docente nella stessa scuola.
Ho insegnato a Cuba, Venezuela, Italia. E' iniziata così la mia esperienza di "fusion" musicale a 360°
e si sono succedute le collaborazioni con Pat Metheny, Gloria Estefan, Paul H. Jeffrey, Orchestra Tropicana, Ernan Lopez Nussa, Jane Bunnet
e qui in Italia, oltre a Pino e Lorenzo, con Eros Ramazzotti, Raf, Fabio Concato, Carmen Consoli, Elisa, Fiorella Mannoia, Ligabue
e tanti altri che ora mi sfuggono ma, tornando alla mia formazione "scolastica" devo dire che oltre al conservatorio
ed i grandi nomi della musica, mi sono dedicato tanto anche alla musica della "calle",
ho suonato credo in ogni angolo dell'Avana, in ogni solar, in ogni luogo dove si suonasse una rumba o un toque de Santo.
D.:
Parliamo di musica allora, in che stato di salute è, secondo te, la musica cubana?
R.:
Sia ben chiaro che io adoro la musica del mio paese, quella popolare intendo,
ma credo che continui ad attraversare il periodo di crisi di cui ti parlavo prima.
I musicisti cubani sono molto preparati e molto creativi
(lo credo bene! Cuba raccoglie tradizioni culturali e musicali dell'Africa, dell'Europa, dei Caraibi, dell'Oriente.)
quindi hanno sempre una grande facilità espressiva, ma un orecchio attento si accorge che in questo momento
l'unica ricerca musicale è quella commerciale. La maggior parte dei musicisti scrive per il mercato estero
senza però conoscerne di fatto le regole, quindi il prodotto musicale ha perso la sua identità, quel "sello" che lo ha sempre contraddistinto.
Anche la musica ballabile, quella che voi chiamate "salsa", sta soffrendo questa crisi.
Ne ho suonata tanta, ma quella che viene composta ora quasi non la riconosco, è spesso fatta senza cura, senza prestare attenzione ai testi,
gli arrangiamenti si vanno impoverendo. Intendiamoci, alcuni autori fortunatamente ancora non fanno parte di questa categoria, ma sono sempre meno.
Peccato, questo succede proprio nel momento in cui il pubblico mondiale si sta interessando alla musica cubana.
D.:
Che pensa un musicista giovane e poliedrico come te di un prodotto come il "Buena Vista Social Club"?
R.:
Credo che sia stata una buona cosa, ha contribuito a far conoscere la musica cubana in tutto il mondo.
D.:
D'accordo, ma quale tipo di musica? Questa è una mia vecchia spina nel fianco,
faccio questa domanda ad ogni musicista cubano con il quale ho l'opportunità di parlare, tutte le mie riserve "etiche"
sul Buena Vista le esternai un paio d'anni fa, durante un'intervista che rilasciai alle telecamere di Rai 2.
Insomma, quel che voglio chiederti è: non pensi che, seppure di alto livello artistico,
il Buena Vista non abbia invece contribuito a frenare in qualche modo lo sviluppo della musica cubana?
Tutti coloro che non la conoscevano prima pensano che tuttora a Cuba si suoni solo son e bolero,
sarà sempre più difficile così far sapere al mondo che nella tua isola si suona anche jazz, rock, rap.
In fin dei conti, ripeto, parlo per coloro (e sono milioni) che hanno conosciuto la musica cubana attraverso il film,
sembra che a Cuba si suoni ancora la stessa musica che si sentiva prima della rivoluzione,
non la trovi una sorta di "restaurazione" musicale? Una specie di colonizzazione di rimando?
R.:
!!! ??? !!! . (Mi guarda spaesato sgranando gli occhi, poi guarda la sua manager, forse il copione non ha battute in proposito,
devo dire che finora mi hanno risposto "senza peli sulla lingua" solo Barbarito ex Sierra Maestra e José Luis Cortes) ...
Al momento non saprei che dirti, dovrei analizzare meglio la situazione.
D.:
Ne parleremo in un altro momento, intanto vorrei sapere che effetto ti fa trovare in un paese così lontano dal tuo,
tanta gente che balla son e timba, che parla spagnolo, che sa di "despelote", che si mette "collares" e parla di santeria.
Ti fa piacere o ci trovi un po' buffi?
R.:
(ride molto divertito) Io credo che voi italiani abbiate bisogno di recuperare un po' di calore.
Si vede che la vostra indole è un po' più "caliente" di come il vostro sistema di vita vi porta ad essere,
e se ballare salsa o fare un voto a Changò vi aiuta a sentirvi meglio, allora ben vengano la salsa e lo Yoruba.
Ho tanti amici italiani che mi chiamano solo per farmi sentire al telefono un brano di salsa e chiedermi un parere,
oppure mi raccontano che si sono fatti fare una "consulta", certo mi piacerebbe che questi argomenti fossero affrontati
sempre con rispetto e con competenza, però devo dire che li ho sempre visti trattati con affetto.
E comunque tutto questo mi fa sentire "a casa".
D.:
Che musica c'è nel tuo futuro? Potremo sentirti suonare ancora salsa?
R.:
Perché no? Voglio continuare a suonare di tutto, anche se questo mio quartetto di afro jazz mi sta dando grandissime soddisfazioni.
Avevo un po' di paura di come il pubblico del jazz mi avrebbe accolto, invece è stata un'esperienza bellissima e sono stato molto apprezzato.
Questa del jazz era una promessa che mi ero fatto quando morì Emiliano Salvador,
giurai a me stesso che avrei continuato il cammino musicale che avevamo fatto insieme.
Fra una chiacchiera e l'altra è passata circa un'ora, sono quasi le tre del mattino, la manager giudica che ormai sia troppo tardi per continuare a parlare, il suo pupillo ha ancora due concerti romani ed una lunga tournée, meglio andare a nanna. Ci sono molte cose che ho chiesto ad Ernesttico che qui non ho riportato perché credo siano troppo "tecniche" (infinite disquisizioni sugli stili del jazz e sulle contaminazioni, la poliritmia afro caraibica ed il rapporto con la melodia.) e tante altre ancora avrei voluto chiedere. Mi piace parlare di musica e mi ostino a pensare che molti amanti della "salsa" condividano questa passione, che questo genere insomma non sia solo un pretesto per esibirsi e fare aerobica a tempo di musica.