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intervista a:
Feliciano Arango

di Simona Baldelli

 

Oro Negro
"Oro Negro" è il titolo di uno splendido disco.
No, definirlo disco è limitativo.
"Yoruba, Iyesà, Yombà y bembé rumba,
'tutto mescolato' come direbbe il poeta Nicolàs Guillen."
Così inizia la presentazione di copertina.
E poi jazz, e qualcos'altro che non saprei definire meglio ed allora continuo a chiamare anche questo "qualcosa" jazz, perché come dice una battuta dal film 'La leggenda del pianista sull'oceano': "Quando non sai che cos'è, allora è jazz!" Un prodotto che potremmo idealmente affiancare alla ricerca ed alle sperimentazioni del pianista Omar Sosa, che in questo suo percorso fra la musica della sua Cuba, dell'Africa, di buona parte del mondo, condita con sapiente jazz, si è persino imbattuto in una candidatura ai prossimi Granmy Award per la sezione "latin jazz". E' da un po' di tempo, visto che da anni "traffico" con la musica, che penso che il futuro di questa arte stia nella contaminazione, a tutto tondo, di suoni, di razze, di religioni, un abbraccio totale che ci restituisca a quello che forse era il suono primigenio della terra. Oro Negro mi sembra raccontare di questo. In realtà questo lavoro è il primo di una lunga serie. Speriamo. Autori di questo progetto sono due musicisti cubani piuttosto noti anche in Italia, almeno fra il pubblico appassionato di latin jazz, "timba" e "nueva trova". I due fratelli in questione sono Feliciano ed Eugenio Arango, il primo è lo straordinario bassista di N. G. La Banda, il secondo l'apprezzato batterista di Pablo Milanes. Insomma, stiamo parlando del Gotha della musica di Cuba. Feliciano è contento di fare due chiacchiere sul disco:
domanda:
Ho ascoltato il disco quasi per caso, Naldo (Reynaldo Hernadez, percussionista) me ne ha portata una copia da Bruxelles, purtroppo a Roma ancora non si trova, e l'ho trovato bellissimo. Ho visto che è stato realizzato nel 2001, ci stavate lavorando da tanto?
risposta:
La prima idea, circa la realizzazione di questo progetto ci è venuta già nell'86/87, poi alcune difficoltà ci hanno fatto posticipare di parecchi anni la realizzazione.
domanda:
Posso immaginare difficoltà legate alla produzione del disco, ma tredici anni mi sembrano tanti.

Feliciano Arango

risposta:
Sì, difficoltà di produzione ci sono state certo, ma non solo quelle. In realtà siamo andati con i piedi di piombo per quel che riguarda la ricerca musicale ed in certo qual modo religiosa. Eugenio ci teneva particolarmente a diversificare Oro Negro dai soliti dischi in cui la musica religiosa e di folklore sono usate come un paravento per nascondere operazioni che sono quasi esclusivamente commerciali. Parlare di santerìa e di orishas sta diventando una moda. Noi siamo andati alla radice della nostra storia religiosa e culturale, abbiamo interpellato antropologi, babalawos, esperti e chiunque potesse aiutarci e consigliarci. Ci interessava non solo che il prodotto fosse "corretto" dal punto di vista musicale, ma soprattutto rispettoso verso queste culture e verso coloro che tuttora le praticano e non amano vederle trasformarsi in un fatto di puro spettacolo. Vedi, vi sono canti, storie, preghiere. che non possono essere accessibili a chiunque. Abbiamo quindi speso anni a mediare fra la necessità di fare un prodotto che fosse sì divulgativo, ma senza nessuna mancanza di rispetto.
domanda:
Quale è stato in particolare il tuo apporto? Nelle note di copertina appari sia come autore di un brano ("Fiesta negra" che, insieme ad "Asojano", è uno dei pezzi che preferisco), che come arrangiatore e direttore musicale, ma sono curiosa di sapere come l'erede di Jaco Pastorius si sia misurato con un linguaggio apparentemente così lontano dal jazz.
risposta:
All'inizio non è stato semplice. (devo dire che a questo punto i baffi che porta nascondono a malapena un sorriso di soddisfazione, il paragone con Pastorius, peraltro tutt'altro che azzardato, lo riempie di soddisfazione, ma di Jaco parleremo poi). Quando ci siamo trovati con tutto il materiale pronto, le traduzioni fatte, i canti scritti, mi sono accorto che già era tutto lì, che quelle musiche, così come ci erano state tramandate, raccontavano già tutta la nostra storia con le sue esplosioni di gioia, di dolore, di spiritualità. Come affrontarle? Mi sembrava già tutto perfetto. Poi ho capito che ogni periodo storico ha le sue voci, i suoi strumenti per esprimersi. Se quei popoli avessero avuto contrabbassi, sax, tasti bianchi e neri, non avrebbero certo impedito loro di aggiungersi al canto o alla preghiera. Io ho cercato solo di coordinare queste voci che si levavano.
domanda:
Jazz in fin dei conti sembra essere un termine onomatopeico, si può intenderlo come la riproduzione di un brusio.
risposta:
Sì, un brusio prodotto da strumenti, dagli elementi della terra, dalle voci degli uomini vivi che cantano alla vita insieme alle voci di coloro che sono morti.
domanda:
(ho un brivido lungo la schiena e mi si gela il cibo nello stomaco.) Le voci dei morti? E' solo un'immagine quella che stai usando, vero?
risposta:
No, è esattamente quello che volevo spiegare. Nel disco ci sono anche dei veri canti funebri.
domanda:
Poco fa hai sorriso quando ti definito l'erede di Pastorius, il paragone, che non è solo mio, evidentemente ti fa piacere.
risposta:
Certo, Pastorius è un riferimento per qualsiasi bassista, mi dispiace di non averlo conosciuto personalmente. L'unica volta in cui l'ho sentito suonare dal vivo è stato tanti anni fa, ad un "jazz Plaza" all'Avana, io avevo circa 13 anni, ma l'emozione è ancora forte. Ricordo di averlo poi anche visto il giorno dopo il concerto che giocava lungo il Malecon (il lungo mare dell'Avana) tirandosi sabbia con altri musicisti.
domanda:
Voglio raccontarti il riassunto di un forum che ho trovato su internet, riguarda te, Pastorius e Cachao Lopez. Un giornalista chiese a Jaco chi fosse secondo lui il più grande bassista/contrabbassista, gli rispose "secondo me è Israel Cachao Lopez", lo stesso giornalista fece, parecchi anni dopo, la stessa domanda a Cachao il quale rispose "mi fa piacere, ma secondo me il più grande bassista è Feliciano Arango", il giornalista concludeva dicendo "io non so chi fra loro sia il più grande, certo è che finalmente la scorsa estate ho potuto sentire Arango dal vivo: assolutamente devastante".
risposta:
Davvero? Cachao mi conosce proprio bene, è stato il mio primo e più grande maestro, ricordo ancora la prova di ammissione al conservatorio (per il contrabbasso) che sostenni con lui. Ero talmente piccolo che non arrivavo neanche ad abbracciare tutto lo strumento, Cachao dovette cercarmi un cassa di legno e me la mise sotto i piedi affinché potessi suonare. La prova andò comunque bene, gli piacqui molto.
domanda:
Lavori con Cortes e con N.G. La Banda dall'88, praticamente sei non solo uno dei fondatori, ma anche uno dei pilastri del gruppo (che, per inciso è anche in assoluto la mia band preferita, di qualsiasi tempo e genere musicale si voglia parlare), hai sentito questo rapporto come una limitazione?
risposta:
Assolutamente no. Prima di tutto perché con N. G. non si suona solo timba, ma anche musica popolare, jazz, fusion. poi perché il Tosco (soprannome di Josè Luis Cortes, il leader di N. G.) col quale abbiamo da sempre un rapporto di rispetto e stima reciproca, mi ha permesso di sviluppare un mio personale stile che all'epoca suscitò molto scalpore. Erano in pochi a credere che anche la salsa, il son, si potessero suonare "alla Pastorius", il tempo poi mi ha dato ragione. Adesso questo stile è un punto di riferimento per molti musicisti che suonano questa musica, pensa che ci sono bassisti, anche qui in Europa, che senza neanche provarne il suono, si comprano un basso identico al mio ed all'interno della loro band si fanno chiamare "Arango"! (sorride compiaciuto, in questo momento non mi sembra particolarmente modesto, ma come dargli torto? E poi, che sarebbe un musicista di Cuba, senza un po' di sano "alarde" cubano?) Il mio lavoro ha aperto la strada ai bassisti cubani che sono venuti dopo di me, diciamo che io inventandomi un mio proprio stile, mi sono "liberato" per liberare dalla loro schiavitù le "quattro corde".
domanda:
Come mai hai scelto fin da bambino uno strumento come il contrabbasso? Spesso i bambini sono attratti da strumenti più "protagonisti" come la chitarra, la batteria.
risposta:
E' stato un po' casuale. In famiglia siamo quattro fratelli, tre maschi ed una femmina, io sono il più piccolo dei maschi. A dire il vero a me piaceva molto la chitarra, ma già la suonava Ignacio, il maggiore di noi fratelli, Eugenio già suonava la batteria e le percussioni, per un po' allora mi sono dedicato al pianoforte che, sinceramente, suonavo piuttosto bene, poi però. insomma è che il pianoforte. insomma ero un bambino ed i miei compagni.
domanda:
Ho capito, non sembrava uno strumento molto "virile".
risposta:
Ecco hai capito. poi mi sono affezionato molto a quello strumento apparentemente così "povero", bisogna faticarci molto sopra per trarne tutto quello che ti può dare!
domanda:
(fortuna che adesso, a circa trent'anni di distanza, la cosa lo fa sorridere con un po' di imbarazzo. Buon per noi che da un po' di ottusità popolare è scaturito uno dei più grandi bassisti di tutti i tempi, anche a detta degli esperti "nordamericani". Glielo dico). Sai che, sempre su internet, ho trovato un sito nordamericano di musica, dove stai fra i tre più grandi bassisti di latin jazz del mondo emersi negli anni '90?
risposta:
Nordamericano? Davvero? Ma ascoltano la nostra musica?
domanda:
Sembra di sì. La musica cubana comincia ad essere apprezzata a tutte le latitudini a quanto pare e supera qualsiasi frontiera. A questo proposito vorrei chiederti una cosa che forse ti sembrerà un po' polemica, io credo che la musica cubana sia più apprezzata fuori di Cuba che nella stessa isola, ti dirò di più, a volte penso che i cubani, intendo il popolo, non i musicisti, abbiano dei pessimi gusti musicali. Tu cosa credi?
risposta:
Davvero pensi questo?
domanda:
Perdonami, ma sì, e me ne convinco sempre di più.
risposta:
Sono d'accordo con te.
domanda:
Davvero?
risposta:
Sì, è un pensiero che ho da circa dieci anni, constatando quanto sia difficile trovare pubblico per le produzioni musicali cubane un po' più di "ricerca". Ma pensavo che fosse un'idea solo mia, che non avesse nessun riscontro con la realtà. E' la prima volta che sento qualcuno dire la stessa cosa.
domanda:
Forse è una normale reazione all'isolamento subito per così tanto tempo.
risposta:
Non credo, guarda che è capitato a gruppi come gli "Orishas" ("Grupo Amenaza" era il nome che avevano quando ancora risiedevano a Cuba, candidati anch'essi ai prossimi Granmy per la sezione "rock latino") sono dovuti andare ad incidere in Francia ed allora, siccome gli europei dicevano che erano bravi, qualcuno ha cominciato ad ascoltarli anche a Cuba, e del povero Polo Montañez, se non avesse vinto un disco d'oro in Colombia, non si sarebbe accorto nessuno.
domanda:
Visto che non ti sei arrabbiato, anzi, azzardo un'altra polemica: credo che il documentario di Wenders-Cooder, (Il "Buena Vista Social Club") abbia in qualche modo danneggiato la musica cubana, cristallizzandola in un'immagine della quale si stava liberando a fatica.
risposta:
Anche questa volta sono d'accordo. Non riusciremo mai a far capire al grande pubblico che componiamo anche jazz, hip hop, rock. E' stato un omaggio molto affettuoso e rispettoso, questo certo, ma la musica cubana adesso va anche e soprattutto in altre direzioni.
domanda:
Sei sempre di più un mito! Avevo fatto la stessa domanda anche ai musicisti di Sierra Maestra ed al Tosco nel corso delle interviste che mi avevano rilasciato ai microfoni di Radio Mambo, ma avevo ricevuto delle risposte un po' più evasive.
risposta:
Qui siamo in un ristorante, l'atmosfera è un po' più amichevole e non vedo microfoni.
domanda:
E' vero, ma io ho un'ottima memoria e questa cosa la scriverò di certo.
risposta:
Chissà allora se chi leggerà la tua intervista sarà d'accordo con noi.
domanda:
Circa un anno fa dissi la stessa cosa davanti alle telecamere di una trasmissione di Rai 2 "Un mondo a colori", molti della redazione dissero di aver nutrito le stesse mie riserve. E' un argomento che mi sta molto a cuore, chissà quando Cuba avrà un'altra opportunità come quella per raccontarsi al mondo.
risposta:
Sapessi quanto sta a cuore a me.
domanda:
Ti vedo suonare "en vivo" ormai da nove anni. Era l'aprile del '94 ed a Bologna si tenne il primo concerto italiano di N. G. La Banda, non ero ancora la fan scatenata che sono oggi, ma credo sia stata una delle emozioni più grandi che io abbia provato. Ho di te un ricordo piuttosto "timido", te ne stavi spesso quasi nascosto alle spalle di Guillermo Amores (il "guiro" della band, un armadio alto due metri e largo tre. O quasi), poi negli anni hai cominciato ad esporti di più sulla scena, ma in questo tour mi è capitato di vedere una novità. Un leggio! Suoni guardando il leggio! E spesso ti ci tuffi dentro dimenticandoti quasi il pubblico. Che succede? Non ricordi più la tua parte?
risposta:
(si mette a ridere) No, no, ricordo tutto. In realtà il leggio è solo un pretesto. E' che più passa il tempo e più mi piace suonare, e più mi lancio sullo strumento con le mie improvvisazioni, ed a volte la testa se ne va a tal punto che quasi non mi ricordo il brano, la partitura dalla quale ero partito. E questo non è un trio o un quartetto dove ogni strumento può spaziare da solo per lungo tempo, noi siamo una grande band, il rispetto per gli altri musicisti è fondamentale. Diciamo che quando mi accorgo che sto per "perdermi" in uno dei miei voli musicali, il leggio lo uso per tornare in fretta "a casa".
domanda:
Torniamo a parlare di "Oro Negro": sarà un unico esperimento o state pensando ad un seguito?
risposta:
Sai, era la prima volta che io ed Eugenio ci trovavamo a lavorare insieme, e ci siamo trovati particolarmente bene. Ed abbiamo scoperto un mondo musicale (quello afro-religioso per intenderci) così vasto che non ci fermeremo ad un solo disco. Siamo molto grati alla produzione "Unicornio" ed agli studi di registrazione "Abdala" per averci dato la possibilità di realizzare "Oro Negro" e stiamo già pensando ad un secondo disco. Di materiale ne abbiamo tantissimo. Vediamo se riusciremo a realizzarlo entro un anno. Forse non saremo stati il primo gruppo a confrontarsi con questo tipo di musica, forse non saremo il gruppo più "grande", ma sicuramente siamo stati i primi a realizzare un disco così "antropologicamente" e musicalmente completo.
domanda:
Ti vedo molto soddisfatto di questo prodotto. Hai particolari sogni o aspettative per il futuro? (che razza di domanda. ancora un po' e gli chiederò se "la vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere.")
risposta:
(sgrana gli occhi) Non saprei. Continuare a suonare.


Ecco, sono stata punita per la mia domanda idiota. In effetti che altro può voler fare un musicista se non continuare ad esprimersi facendo musica? Sono forse le nostre paranoie date dalla triste equazione successo = fama. In realtà forse la soddisfazione che gli si legge in faccia, non è data solo dalla realizzazione di questo particolare disco, ma dal fatto di fare semplicemente le cose che ama fare.

Ho avuto una piccola lezione di filosofia.


Simona Baldelli

Oro Negro
Hermanos Arango "Oro Negro"

Produzione musicale: Eugenio Arango
Direzione musicale: Feliciano Arango
Realizzato presso gli studi "Abdala" - Produzione "Unicornio"

"Oro negro" - recensione di Tony Basanta

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