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conversando con:

Tito Puente

  Cinque anni senza il Re.

Sono ormai passati cinque anni da quel triste fine maggio in cui Tito Puente ci lasciò. Ora che solo la sua musica ci parla di lui ci è sembrato giusto lasciare a lui la parola ed ascoltarlo in silenzio parlarci della sua musica, quella meravigliosa musica che tanto ci fece amare.

Le interviste che seguono sono state da me trovate sulla Rete e successivamente tradotte. Mi è sembrato particolarmente interessante proporre a sua voce, la più adatta a svelarci il fascino della sua musica. Una musica più che mai attuale, scoperta e riscoperta dalla curiosità dei vecchi e nuovi fans di Tito. Una curiosità che si è rivolta in particolar modo al suo rapporto con la Salsa come risulta anche dal dibattito sviluppatosi su qualche Forum. Un dibattito spesso lacunoso che le parole del Maestro contribuiranno a chiarire.

Claudio Marucci

foto di Martin Cohen

Lo hanno chiamato in ogni modo: Il Re del Timbal, Il Re del Mambo, Il Re della musica latina... Tanta maesta' si e' sintetizzata in un solo soprannome: Il Re. Tito Puente, leggenda della musica latina, e' una persona trasparente, simpatica e loquace. Sa bene chi e' e non pecca di falsa modestia; la sua storia parla per lui: cinquanta anni come direttore di orchestra, 107 dischi registrati ed innumerevoli premi internazionali...

All'ombra dei timbales del maestro Puente si sono avvicinati tutti i grandi, da Benny More' a Celia Cruz, passando per La Lupe. Nel mondo del Jazz e' stato a fianco di Dizzy Gillespie, Miles Davis e Count Basie. Persino il pubblico piu' lontano dai suoni latini ha un'idea della sua musica attraverso della versione di "Oye como va" di Santana.

Tipico prodotto della comunita' latina di New York, Tito Puente mantiene in alto l'orgoglio della sua razza. Quando si riferisce ai suoi Mambos o Guaguancos dice sempre "la nostra musica". Le stelle della Salsa oggi lo trattano con rispetto; sanno che lavorando con lui si ottiene un passaporto prestigioso. Tito Puente, tuttavia, non ha nulla della stella. Arriva ai concerti a bordo della sua automobile; nel portabagagli tiene i suoi timbales. Non veste ne' la seria etichetta che prevedeva il cerimoniale di una volta ne' i vestiti luccicanti dei soneros di oggi. Gli basta una guayabera per far risuonare di gloria i suoi timbales e la sua orchestra che trasmette calore e qualita'. La sua orchestra e' l'ultima che resta di quelle che suonavano quando "I Re del Mambo suonavano canzoni d'amore".

foto di Martin Cohen

D.: Credo che lei inizio come ballerino...
R.: Gia' ballavo a sette anni. Desideravo essere un ballerino come Fred Astaire, pero' mi ruppi una caviglia e dovetti abbandonare il ballo cominciando cosi' a dedicarmi alla musica.

D.: C'e' molta differenza tra il ballo e la percussione?
R.: Credo di no perche' per poter ballare ci vuole molto controllo. Ballare e' suonare percussioni con i piedi, un po' come avviene con la batteria, e si richiede coordinazione. Le due cose si somigliano.

D.: Lei nacque nel 1923 nell'East Harlem di New York. Che ricordi ha?
R.: Era un Barrio poverissimo. I miei genitori sono portoricani e furono tra i primi che arrivarono a New York. La popolazione portoricana della zona di Brooklyn crebbe e ad questi si sommarono anche molti cubani. Nello stesso Barrio in cui vissi c'erano anche molti afroamericani, gente che stava nel Jazz. Nascendo li' mi abituai ad ascoltare questa musica, cosi' come la stessa musica latina che ascoltavo a casa, nonostante nessuno della mia famiglia fosse musicista. Era difficile essere latino in quella epoca. Molta gente non ci vedeva di buon occhio. Gli italiani da una parte, gli afroamericani dall' altro e noi nel mezzo. C'era molto razzismo. Io andavo ad una scuola riservata per la gente di colore. Oggi alla gente di colore li chiamano negri. Passai molti problemi in quel tempo. Ebbi problemi anche in una scuola italiana. I latini sempre stavano nell' occhio del ciclone perche' non ci accettavano da nessuna parte. Nella musica avevamo le stesse difficolta'. Nei migliori cabarets del Downtown non era facile suonare per un'orchestra latina. Solo ci permettevano di suonare in sostituzione delle orchestre americane quando queste avevano il loro turno di riposo.

D.: Che situazione trovasti al tuo rientro dal servizio militare?
R.: C'erano molti posti dove poter lavorare. In special modo al Palladium, che era considerato la mecca. Li' andava gente di tutte le razze, non solo latini. La musica latina ballabile era molto popolare a quei tempi: il Mambo, il Cha cha cha, ed anche il Tango. C'erano molte scuole di ballo che insegnavano a ballare alla gioventu'. Questi anni furono molto interessanti per il successo della nostra musica anche nel cinema. Carmen Miranda era di moda e persino Fred Astaire e Ginger Rogers ballavano la nostra musica. Anche Cugat con la sua Rhumba fu importante in quell'epoca. In quel periodo suonavo con Noro Morales, Machito e Jose' Curbelo. Poi decisi di fondare la mia orchestra.

D.: Come erano i duelli di orchestre con Perez Prado?
R.: Perez Prado era il re del Mambo. Molta gente diceva che ero io. Io non dico ne' si ne' no: fino a che non mi chiamino la regina del Mambo a me va bene tutto. Eravamo amici, pero' facevamo una musica diversa. La sua aveva suoni esotici ed era prodotta in massa. Era il suo stile: con quel grido e quelle trombe dall'inizio alla fine. Ebbe molto successo. Io suonavo una musica piu' del Caribe, piu' cubana se vogliamo. I miei fans erano piu' per il ballo, poiche' la musica di Perez Prado era piu' difficile da ballare socialmente. Chissa' forse era piu' adatta per fare spettacolo con molti ballerini professionisti, pero' non si sapeva se era Samba o Merengue o un'altra cosa, nonostante lui fosse in grado di suonare un Mambo tipico poiche' era un ottimo musicista. Nonostante questo alla gioventu' la sua musica non interessa piu'; per loro e' passata di interesse. Quella che suono io e' di moda cosi' come il latin-jazz e la gente sta ballando la mia musica.

D.: Da dove nacque il Latin-jazz?
R.: In quei tempi le orchestre si dedicavano solo al Jazz, pero' noi latini, incorporando la percussione, gli demmo un tocco piu' eccitante al Jazz. Io ho registrato molti brani di Jazz, brani di Gillespie, Miles Davis, Ellington, Monk, pero' suonandolo alla nostra maniera li abbiamo resi piu' eccitanti. Le orchestre di Jazz non possono suonare latino pero' le orchestre latine possono suonare bene il Jazz: questo avviene poiche' loro non hanno la clave, non conoscono i tumbaos del basso ne' i guajeos del piano. Io lavoro molto con il Jazz, insegno' in molte universita' e conservatori, pero' e' molto difficile incontrare un orchestra di Jazz che suoni un numero latino tirando fuori il sabor che noi gli sappiamo estrarre.

D.: Perche' non le piace la parola Salsa?
R.: Non e' un termine musicale. Salsa e' termine da cibo: un condimento. Quando si dice Salsa non si distingue una Guajira da un Mambo, un Cha Cha Cha da un Merengue o da una Cumbia... Quando si dice Salsa non si sa' che Salsa si desidera. Il pubblico una volta mi chiese di suonargli una Salsa argentina. La parola Salsa la stanno utilizzando per qualsiasi cosa. Io mi unisco ora a questa parola solo perche' e' molto commerciale internazionalmente, e' un'etichetta. L'anno prossimo inventeranno un'altra cosa, pero' si continua a suonare la stessa musica, che e' quella che ho sempre suonato. Non cambiero' la mia musica perche' oggi la chiamano Salsa.

D.: Che musica ascolta in casa?
R.: Musica classica, Pavarotti, Placido Domingo, mi piacciono i loro bei concerti. Come musicista mi incanta ogni tipo di musica se ben suonata. La Salsa non la ascolto molto, poiche' faccio parte di questo ambiente da molto tempo ed ho visto molta gente passare... Non vedo nessuna innovazione che stia sorgendo da questa musica. Stanno suonando la stessa roba che si suonava 30 anni fa.

D.: Perche?
R.: Perche' non e' uscito nulla di nuovo da Cuba. Quando cominciai c' erano molte buone orchestre cubane, e la loro musica giungeva qui' negli Stati Uniti. Poi questa porta si chiuse nel 1960 e qui' non arrivo' piu' nulla e cosi' abbiamo dovuto sviluppare un nostro stile. Questa Salsa che si suona oggi c'e' perche' noi abbiamo mantenuto negli Stati Uniti questa tradizione.

D.: E quando si aprira' questa porta...
R.: Quel giorno sara' meglio che tutti abbiano gia' studiato seriamente perche' quelli che verranno qui' saranno musicisti fantastici.

D.: E' al corrente della musica che si fa oggi a Cuba?
R.: Sono al corrente. Anche loro sono al corrente di quello che faccio io. Ci vediamo molto in Europa, Canada' e Giappone. A Cuba i musicisti vivono della musica. Provano tutto il giorno. E' il loro sistema. Ci sono musicisti giovanissimi che sono molto buoni. Non parlo solo di Musica cubana ma anche di Jazz. Credo che questa gente sappia suonare meglio che qualsiasi altro musicista latino o degli Stati Uniti.

D.: Pensa di andare a Cuba?
R.: Mi hanno invitato molte volte. Conosco bene a Chucho Valdes, il direttore di Irakere. Non sono mai andato perche' mi e' mancato il tempo: la mia agenda e' tremenda. Per me non esistono vacanze. Ho la speranza di andarci un giorno e quel giorno Celia Cruz mi accompagnera' per mano. In realta' potrei andare quando voglio anche se penso che i problemi posano sorgere al mio ritorno con la stampa e la radio. Ho suonato con Irakere e Van Van e non ho avuto nessun problema con la stampa di Miami anche se un portoricano come Andy Montanez ne ha passati per un abbraccio dato a Silvio Rodriguez in un concerto a Portorico. Gli boicottarono i suoi concerti a Miami. Questo sta male: la musica e' cultura non ha nulla a che vedere con la politica e siamo tutti colleghi. Sto preparando un concerto di omaggio alla orchestra Aragon che compie i suoi 50 anni di esistenza. I giornalisti di Miami mi chiesero perche' faccio questo. Non desideravo rispondergli in malo modo, cosi' gli risposi che lo avrei fatto perche' conosco a questa gente da molto tempo, suonai con loro, conobbi il papa' del direttore attuale e tuttora ci sono in quell'orchestra tre o quattro musicisti della formazione originale. E' musica che si sta suonando da molto tempo. E' musica b.c.: che non e' before (ante) Cristo ma ante Castro.

D.: Timbalero, vibrafonista, arrangiatore, direttore di orchestra. Come vuole che la si ricordi?
R.: E' molto importante essere un buon intrattenitore come lo siamo io e Celia, dare buone vibrazioni al pubblico e fargli dimenticare i suoi problemi. Oggi la mia musica e' quella che si vede e non solo quella che si ascolta sui dischi. Sono 50 anni che suono: che cosa desiderano di piu'? Che mi metta in bikini e che salga in piedi sul timbal? Ho fatto dipingere i timbales ed il tipo che li dipinse mi chiese se ci volevo sopra un poco di glamour, un bel seno nudo per esempio. Gli dissi di no e che avrei voluto dei colori sui miei timbales. Io appaio in tv e mi vedono anche i bambini. Desidero che quando il pubblico esca dello spettacolo mi ricordi per i miei timbales colorati.

Ricardo Aguilera
intervista originariamente pubblicata nel 1997 sul periodico El Mundo



Un salsero orgoglioso delle sue radici.

Vestito in maniera elegante ed alle prese con una scheggia di bacchetta piantata nell'unghia del dito pollice, il grande Tito acconsente a rispondere alle nostre domande.

Tito Puente

D.: Mambo Birdland e l' epoca del Palladium... Un epoca grandiosa!
R.: Molta gente mi domanda di questa epoca e del ballo. Era un epoca molto eccitante, un' epoca grandiosa. Non esistevano più divisioni tra gruppi etnici e c'era un ambiente veramente gradevole. Sono contento di aver vissuto quel momento. Successero tante cose... Il Be Bop venne prima della follia del Mambo... poi arrivò il momento del Mambo, poi quello del Cha Cha Cha e di tutti questi meravigliosi balli latinoamericani. C'erano scuole di ballo come quelle di Arthur Murray e Fred Astaire... ed altri nomi famosi che dappertutto insegnavano a ballare Samba, Merengue... e molta gente era coinvolta nell' onda latina. La nostra musica suonava molto alla radio e grazie a questo divenne molto popolare. Poi arrivò il Rock and Roll ed altre cose e la popolarità della musica latina subì una dura flessione; però non venne mai abbandonata nè dimenticata. Ora sta nuovamente risorgendo: nelle università e nei conservatori, nei festival di Jazz. Quando suono nei festival di Jazz la musica latina, questa è amata anche dai jazzisti di gran nome.

D.: I tuoi genitori sono di Portorico, però fin da piccolo tu hai vissuto immerso nell' ambiente cubano. Non è così?
R.: E' vero. Io nacqui nel barrio hispano di Harlem, dove c'erano molti portoricani e cubani e da questi ultimi appresi molto. E' per questo che sò qualcosa di musica afrocubana. Non sono realmente un gran conoscitore di questa meravigliosa musica, però conobbi la gente che la dominava: il mio maestro Mario Bauza e Frank Grillo Machito. Quando io cominciai, a New York c'era un movimento di Jazz e musica cubana veramente importante: in particolar modo quando il conguero Chano Pozo e il trombettista Dizzy Gillespie crearono la loro insuperabile "Manteca". Lì cominciò l' onda del Cubop. Ricordo che Stan Kenton, Duke Ellington, Charlie Parker ed altri introducevano musicisti latini nelle loro orchestre perchè dicevano che questi musicisti aggiungevano fuoco alle loro composizioni.

D.: Tito in quel momento militavi nell'orchestra di Machito, il cui direttore d' orchestra era lo stesso Mario Bauzà. Los Afrocubans, che era il nome dell' orchestra di Machito, era il punto d' incontro tra i latini e gli anglosassoni a causa di quel ibrido tra Jazz e ritmi afrocubani che suonavano.
R.: Era un momento in cui la musica afrocubana stava raccogliendo molto successo negli Stati Uniti ed io ero molto immerso in essa ma non per questo trascuravo il Jazz. Entrai nell' orchestra di Machito molto giovane ed imparai molto da loro. Più tardi, quando formai la mia prima orchestra, i Picadilly Boys, ci misi dentro quello che imparai da loro ed anche alcune mie idee. Il mio desiderio era realizzare un matrimonio ancor più stretto tra il Jazz e la musica cubana, continuando l'opera di Mario Bauzà, poichè lui fu il padre della creatura. Mario diceva che "il matrimonio del Jazz con la musica cubana era l' unione più bella nella musica". In questa frase c' è la sua lezione e la sua eredità. Io mi considero solamente un continuatore di questa missione, un musicista che segue i passi di Mario Bauzà aggiungendo un mio tocco personale.

D.: Alla fine degli anni 40 il Jazz era il genere musicale con più successo tra il pubblico. La musica afroantillana non era discriminata?
R.: Io ricordo che nell' epoca in cui ero un bimbo ai musicisti che suonavano le percussioni (bongò, timbales, congas) li chiamavano "musicisti di strada". Mai furono considerati come qualcuno uscito da un conservatorio o che aspirava a suonare in un orchestra di musica sinfonica. C'era la convinzione che, per esempio, gli strumenti a corda (violino, violoncello, etc...) erano destinati ad essere suonati da bianchi. Era un pregiudizio stupido. Allo strumento di percussione mai si riconobbe l'importanza che aveva un oboe, un un flauto o una tromba. In una orchestra la sezione di percussioni era quella di più basso livello e qualche volta se ne faceva persino a meno. Dovemmo laurearci in percussioni in un conservatorio per cambiare quella situazione e dimostrare che le percussioni sono tanto necessarie come una tromba o una tastiera e che si possono scrivere grandi brani per questi strumenti e che per la loro esecuzione bisogna apprendere a leggere la musica.

D.: Però, siccome non esiste una scuola di percussioni afrocubane, ti toccò creare un metodo...
R.: Ora già esistono in alcuni conservatori degli Stati Uniti delle cattedre di insegnamento di questa materia. Questo fà si che oggi si rispetti maggiormente un percussionista. Il mio metodo fu solo un quadernetto nel quale suggerivo tecniche per suonare il Timbal e creare qualche improvvisazione.

D.: Parliamo di Salsa...
R.: Molti pensavano che la Salsa avrebbe fatto piazza pulita di noi vecchietti e lo dico con sarcasmo. Però se non fosse per i vecchi non esisterebbe Salsa. Nonostante tutti gli alti e bassi, i successi e gli insuccessi, noi continuiamo a suonare musica cubana. Mi riferisco in particolar modo alla gente di Portorico come Eddie Palmieri, Luis Perico Ortiz, Papo Lucca, Cheo Feliciano, Louie Ramirez, ed altri che seguono sulla cresta dell'onda. Il pubblico ci riconosce come artisti veri, come i migliori, perchè non siamo mai retrocessi. Io credo che la musica bisogna suonarla come è e non come ti dicono che dovrebbe essere. Nella musica l'unica cosa che comanda è la musica stessa e nulla più. Io credo che ciò che unisce l'artista ed il pubblico è questo: l'onorevolezza di quello che si fà. Io dico sempre che faccio un lavoro meraviglioso poichè questo ha a che fare con la felicità della gente più che con i dolori. I generi caraibici, per le caratteristiche dei suoi ritmi incandescenti, che danno sabor ed allegria, fanno dimenticare i dolori ed i problemi personali. Per questo motivo quando vedo qualcuno ballare con la mia musica mi sento realizzato.

D.: Puoi immaginare che esista gente che non sopporti questo tipo di musica?
R.: No, io credo che possa esistere in taluni casi poca conoscenza o una mancanza di sensibilità per questi ritmi. Se io ho fatto ballare a norvegesi, olandesi, tedeschi, russi, cinesie giapponesi, non credo proprio che ci sia chi sappia resistere ad un buon Son o ad una buona Rumba con una buona dose di descarga di tamburi!


Ernesto Marquez
frammento di intervista pubblicata originariamente nel 1999 sul quotidiano La Jornada


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